Doc – Il circo della musica – Fortunata gioventù 

Per via del suo lavoro, mio papà godeva di ingressi gratuiti al cinema, al teatro, concerti e ad altri spettacoli dal vivo.
Lo status economico della famiglia, impegnata ancora nell’acquisto della casa, non consentiva molte larghezze, questa opportunità di intrattenimento era la compensazione di tutte le altre rinunce cui erano costretti i miei genitori.

Andavamo al cinema più volte la settimana, andavamo a tutti gli spettacoli teatrali. In città c’erano più cinema di ora e due teatri, non mancavano le offerte da cogliere.
Alcuni giorni programmavamo la visione di due film contemporaneamente, studiando i due cinema facilmente raggiungibili tra loro, per incastrare i due spettacoli.

Ho alimentato con lauti pasti il mio precoce e mai spento amore per il cinema ed il teatro e la musica.

Un’altra attrazione che intratteneva il nostro tempo, sempre gratis, era il circo. In città arrivavano le grandi famiglie circensi, Orfei, Medrano, Togni, e noi andavamo sotto il tendone a farci strabiliare dalle acrobazie, a farci divertire dai clown, a farci spaventare dalle bestie feroci.

I circhi non erano tutti uguali. C’erano dei circhi grandiosi, con tendoni enormi, tante attrazioni, tanti animali, luci e brillanti, sabbia e musica.

C’erano quei circhi, piccolini, fatti da poche persone, che si scambiavano i ruoli. Mi divertiva osservare che le persone che ci accoglievano all’ingresso, poi le ritrovavo, come direttore del circo, o come trapeziste, come clown o musicisti, o come giocolieri, maghi o illusionisti, come quello che turbò mio padre, facendogli sparire orologio, patente dal portafoglio e chiavi della macchina, senza che si accorgesse di nulla, al centro della sabbia.

Ricordo che mi illudevo spesso che il sorriso che mi aveva regalato la dolcissima  hostess che ci aveva accompagnato ai nostri posti, non si spegnesse facilmente, e che quando smessi i panni di hostess, e, in calze a rete e striminziti top, volteggiava tra i trapezi, mi cercasse tra il pubblico per sorridermi ancora e dirmi che non si era scordata di me e promettermi una dolce storia d’amore, tra roulotte e viaggi di città in città.

Il circo più bello e spettacolare che mi ricordi di aver visto è il mirabolante Circo Togni, a tre piste, una di sabbia, una di acqua ed una di ghiaccio.

Le attrazioni si svolgevano sulle tre piste, anche sovrapponendosi tra loro. Una gigantesca meravigliosa offerta di divertimento. Stavamo a guardare tutti con la mandibola rilassata, incerti su quale fosse la pista più spettacolare, voltando lo sguardo ora di qua, ora di là, inseguendo una pattinatrice, una trapezista, una scimmietta birichina, una cow girl di delfini, una tigre indolente e pericolosa.

Su RaiPlay hanno recuperato alcune delle puntate di una straordinaria trasmissione musicale del pomeriggio, che andava nel 1987, DOC, alle tre su Rai due (da pronunciare ostentando pollice, indice e medio a fare tre, e subito nascondendo il pollice a fare due, alle tre su Rai due, appunto).

Doc era una trasmissione di Renzo Arbore, ma condotta in video dai giovanissimi Gegè Telesforo e Monica Nannini. La sua caratteristica era quella di essere incentrata sulla musica dal vivo di qualità, DOC, appunto.

Aveva tre palcoscenici su cui si alternavano grandi musicisti nazionali ed internazionali.

L’offerta era molto varia e accuratamente selezionata. Una vetrina di giocattoli o di dolci, da far venire una costante acquolina in bocca.

La sensazione, l’emozione, era quella che avevo provato circa dieci anni prima davanti alle tre piste del Circo Togni.

Ci sono passati Solomon Burke, in celeste kitsch come un direttore di circo di quart’ordine; Betty Carter, esotica con il turbante dorato da maga che predice il futuro al circo; Pat Metheny, in viaggio con la sua chitarra; De Gregori, con la sua Donna cannone, appunto; Dizzy Gillespie, con la sua cornetta piegata per sentirsi meglio; Miles Davis, elettrico per Desmond Tutu; Pino Daniele, con James Senese; Riccardo Cocciante, non ancora gobbo a Notte Dame; Enrico Ruggieri, ancora con gli occhiali da Decibel; Nino Buonocore, che implorava lettere a Rosanna, ed altri straordinari musicisti.

Un ricordo particolare è legato alla partecipazione di Chet Baker, la cui anima, di lì a poco, il 13 maggio 1988, avrebbe spiccato il volo da Amsterdam verso l’Olimpo degli Dei della musica DOC.

In quartetto, tromba, basso e batteria e con gli inserti progressive di Nicola Stilo al flauto, ha regalato due pomeriggi di poesia musicale indimenticabili. (Andate a vedere le puntate di dicembre 1987).

Chet soffiava nella sua tromba con un lirismo sofferto e coinvolgente. E poi cantava sussurrando parole che ci aggrovigliavano l’anima, che portavano dentro dolore ed amore in un mix irresistibile. Almost Blue di Costello, o il grande classico, ormai suo, My Funny Valentine, o Estate di Bruno Martino

Ascoltate pure Almost Blue, sussurrata da Chet Baker e non riuscirete a trattenere le lacrime.

Domani è San Valentino. Ricordando che Valentine per gli americani non è solo il nome proprio Valentina, ma si usa anche per indicare l’innamorata, o innamorato, con cui condividere la festa dell’amore, potete dedicare al vostro innamorato o innamorata proprio questa bellissima canzone, nella versione di Chet Baker, una delle centinaia che ha inciso, come questa qui (ultima sua apparizione ad Hannover del 24 aprile 1988). Farete un figurone.
(Che non si dica che questo blog non svolge anche funzioni di servizio).

Riascoltare oggi l’intervista a Chet in cui parla del suo film di Bruce Weber, Let’s Get Lost, è particolarmente doloroso.

Il film è suo, proprio perché Weber registra 200 ore per raccontarne la storia, la vita e la musica.

Chet annunciava i suoi futuri impegni nel mondo del cinema, nelle colonne sonore, in cui ritrovava la freschezza dell’impegno dei suoi anni giovani, quando venne proprio in Italia a suonare nelle colonne sonore dei film di Lucio Fulci. Quando incappò nelle maglie della giustizia italiana che non tollerava il suo uso di droghe e lo costrinse per quattro anni nelle nostre patrie galere.

Ma quegli impegni non furono onorati, come sappiamo.

(Prima o poi vi racconterò la storia di Chet…)

La situazione dei tre palcoscenici consentiva agli ospiti di ascoltarsi tra loro. A volte ne nasceva una voglia di session, che attraversava i palchi, come quella volta che Nino Buonocore cantò con Chet Baker (si, proprio così).

Ma non partecipavano solo artisti di successo, venivano offerte anche proposte di giovani esordienti che già promettevano di diventare DOC.

In una puntata di novembre 1987 apparvero sulla pista di sinistra i giovanissimi Avion Travel, non ancora entrati sotto l’ala di Caterina Caselli e della Sugar.

Gli Avion Travel li avevo scoperti l’estate prima con la loro esibizione al Magna Grecia Rock Festival, strepitosa manifestazione nata a Siracusa, che dopo qualche anno, come le cose troppo belle, sfiorì e cadde nel dimenticatoio.

La musica degli Avion Travel era un impasto di jazz, progressive, rock, inconfondibilmente italiano, partenopeo, al profumo intenso di mediterraneo. 

Esotica come l’atmosfera del circo, solo che l’esotismo del circo, tra serpenti e costumi ed odore di sabbia, era posticcio, laddove l’atmosfera della musica degli Avion Travel era genuinamente evocativa.

Sul palco di sinistra si agitava Peppe Servillo, con le sue movenze, le sue espressioni teatrali, la sua voce, la sua ironia, all’epoca ancora l’unico fratello ad affacciarsi alla popolarità.

Accanto a lui Fausto Mesolella, giovanissimo, che già volteggiava tra le corde della chitarra come un provetto trapezista.

Si presentarono con una canzone Jingles, che cominciava, per dire, così:

Il signor Gershwin scrisse una canzone 
Per ricordarsi di dimenticare

Insomma tra film, teatro, circo e musica posso serenamente dire che, nonostante tutto, sono stato un ragazzo felice e fortunato, perché mi hanno regalato molti sogni.

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1 pensiero su “Doc – Il circo della musica – Fortunata gioventù 

  1. A volte sembra che i tempi convergano, che quello che pensi diviene inaspettatamente pensiero collettivo.

    Quasi in sordina, da lunedì 10 ottobre su Rai5 alle 22:40 è cominciata una piccola trasmissione, striscia quotidiana di circa un’ora, che si chiama Appresso alla musica.
    Renzo Arbore e Gegè Telesforo conversano dei numerosi ed importanti ricordi arboriani sulla musica e dintorni.
    Le loro scanzonate, ma preziose chiacchiere introducono molti filmati di performances musicali di grande valore.
    La maggior parte (quasi tutti, in verità) dei filmati appartiene al vasto patrimonio della trasmissione di quasi quarant’anni fa D.O.C., che avevo affettuosamente ricordato in questo post.

    L’orario di programmazione non è felice, ma per fortuna c’è RaiPlay!

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