Quando i cuochi non erano chef (nè tampoco MasterChef) – Giuditta e il monsù di Costanza DiQuattro – Baldini & Castoldi

Da tanto tempo ormai le faccende culinarie sono uscite dalle cucine e occupano un posto rilevante nel dibattito pubblico nazionale, sia tv che social.

Il ruolo di direttore di orchestra per pranzo ormai sta stretto ai più noti protagonisti del settore, che sconfinano oltre la loro comfort zone, con risultati alterni.

Qui a Siracusa, abbiamo uno chef, nonché master, nel senso di teacher, che esce spesso dal suo ambito per sconfinare nella letteratura, con risultati sempre “gustosi”.

Dalla vicina Ragusa, dove gli chef stellati non mancano, assistiamo ad una operazione di direzione contraria.

Costanza DiQuattro, degna erede di una famiglia storica degli iblei, donna di teatro e di cultura, scrittrice di luoghi e di storie appassionanti, nel suo ultimo romanzo dà corpo ad un antesignano degli chef, il monsù di Palazzo Chiaramonte.

DiQuattro ci racconta del monsù originario e del suo figlio, erede, che ne prenderà il posto.

Di più. Ci racconta della vita parallela (ed intersecata fittamente) del monsù erede e della giovane erede della famiglia Chiaramonte, Giuditta, che condivide il titolo del romanzo, Giuditta e il monsù, appunto

Nati quasi lo stesso giorno, Giuditta e Fortunato, attraversano infanzia ed adolescenza, insieme, coltivando passioni comuni, scambiandosi emozioni e passi di crescita.

Il racconto delle loro storie parallele consente a DiQuattro di raccontare una Ragusa Ibla, che non c’è più.

Una cittadina nobile e gentile, che si affaccia al novecento portando con sé valori e dimensioni oggi perdute.

Dalle descrizioni accurate e intriganti delle preparazioni gastronomiche delle feste, possiamo però ricavare l’impressione che le tradizioni in cucina non siano poi così cambiate.

Impanate con l’agnello, turciniuni, focacce, cassatelle, campeggiano ancora sulle tavole ragusane delle feste. (Lo ricordo benissimo…).

Sembra che Costanza DiQuattro voglia indicarci la strada della tavola, quale strada per la ripresa del valore di un tempo.

Passa dalla cura e dall’attenzione, e dall’amore (si) con cui si preparano i cibi delle feste il recupero dell’umanità, della condivisione, della nobiltà d’animo.

Ma questa è anche una storia di famiglia. Come nelle migliori tradizioni delle storie familiari, è una storia di silenzi, irreparabili silenzi.

Una storia di equivoci, una storia di travisamenti, di metafore male interpretate.

Di pasticci indigeribili, perché gli ingredienti non sono tutti noti.

Di gesti irredimibili, di solitudini, di ostinazioni.

Ciascuno dei componenti della famiglia Chiaramonte vive la sua di ostinazione.

Le ragioni del cuore non sempre sposano le ragioni della pancia…

Il pasto che offre questo romanzo è molto lauto, ricco di pietanze, di sapori. Già dai tempi di Giuditta ed il Monsù usava alleggerire la digestione con liquori adeguati, alle erbe, amari.

Il gruppo degli Amici della domenica, per la precisione Franco Di Mare, ha voluto completare il pasto del romanzo, accompagnandolo con uno dei liquori alle erbe più antico. Un liquore di circa settanta erbe aromatiche, che anche se prodotto a Benevento, usa erbe che si trovano facilmente tra gli iblei, e potrebbe dirsi anche ragusano.

Lo Strega, al cui premio letterario, prestigioso e storico, lo ha meritatamente candidato tra le cinque dozzine ai nastri di partenza.

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