I bastoncini dello Shangai – La Misteriosa Scomparsa di Don Vito Trabìa – di Sebastiano Ambra – Newton Compton Editori

Soprattutto a Natale, quando ero bambino, si usava regalare scatole di giochi. Oltre quelli di derivazione televisiva, Rischiatutto, o altri quiz televisivi, c’erano i classici, Monopoli, e simili. C’erano poi quelle scatole di giochi vari, che assicuravano ore ed ore di divertimento vario e disparato. Dadi, carte, dama, scacchi, e, soprattutto, i bastoncini colorati dello Shangai

Chi non ha mai giocato con i bastoncini dello Shangai non ha potuto maturare pienamente la consapevolezza dell’irritazione, dell’impotenza, della frustrazione. Il gioco consiste nello spargere sul tavolo i bastoncini dello Shangai, specie di spaghetti di vario colore, e recuperarli ad uno ad uno, usando uno degli stessi bastoncini, assicurandosi di non toccare o muovere alcun altro bastoncino oltre quello che si vuole recuperare.

Un’attività che richiede acuta capacità di osservazione, mano fermissima, determinazione e concentrazione

Non ci sono mai riuscito. Quei maledetti bastoncini si muovevano sempre, tutti, manco fossero dotati di vita propria.

Montava la rabbia, cresceva la frustrazione e quei maledetti spaghetti colorati diventavano odiosissimi.

Peste, guerra, prossima carestia, il mondo circostante ogni giorno ci opprime di più, avremmo voglia di tornare a quei pomeriggi di Natale con i dadi, le carte, la dama a giocare con cuginetti ed amici. In questi giorni viene nostalgia persino degli odiosi bastoncini dello Shangai.

Alla ricerca di uno svago, di una diversione, di una distrazione mi sono imbattuto in una copertina colorata di un giallo denso, molto senape, che mi ha promesso ore di divertimento, come quando aprivo la famosa scatola di giochi.

La misteriosa scomparsa di Don Vito Trabìa di Sebastiano Ambra, Newton Compton Editori.

Sono bastate poche pagine e mi sono immerso in questo mondo pieno di contraddizioni, di violenza, di armi, ma tutto colorato e addolcito come in un fumetto.

Dopo la morte di Sciascia, iniziò una stagione di narrativa siciliana in cui scoprimmo che si poteva raccontare la Sicilia con sapore noir, senza obbligatoriamente passare dalla mafia. Piazzese, Camilleri, e tanti altri riempirono gli scaffali delle librerie di giallinormali” con lo sfondo delle città siciliane, reali o inventate.

Fu una conquista, una liberazione. Fu un riscatto sociale, accompagnò (e forse contribuì alla sua determinazione) un profondo cambiamento nell’immagine della Sicilia. (Il racconto di questa stagione evolutiva si può trovare nel libro di Savatteri – oggi famoso per la fiction Makari – “Non c’è più la Sicilia di una volta”).

Sbloccata la situazione narrativa si è aperto un ampio filone di scrittori, più o meno giovani, che hanno avuto la possibilità di raccontare in giallo, la nostra isola, le sue città, senza più limiti. Rosario Russo ed il collettivo Sicilia Niura (di cui anche Ambra fa parte), Giovanni Balsamo, Cristina Cassar Scalia, per citare quelli di cui ci siamo già occupati qui in questo blog. Nelle storie di questi romanzi la Mafia è tornata ad essere protagonista delle vicende narrative, ma ormai come componente del territorio, senza la sua opprimente cappa che impediva di respirare altra aria, altri profumi.

In questa fortunata scia si inserisce il romanzo di cui parliamo qui.

La protagonista è una nuova figura femminile di poliziotta, Malena Di Giacomo, detta Lena. Già dal primo breve capitolo appare con uno scangio. Ambra ci conduce con uso abbondante dell’impersonale, ad immaginarci un ispettore di polizia, alle prese con un suo personale dolore d’amore, rivelandoci con uno stratagemma solo alla fine che si tratta di un’ispettrice.

E’ il modo delicato con cui l’autore ci fa registrare un’altra delle tappe di avanzamento della civiltà, anche nella Sicilia di questo ventunesimo secolo, l’assoluta normalità, l’indiscutibile naturalezza, di una ispettrice di polizia omosessuale, apertamente, e senza grossi patemi d’animo, o difficoltà di inserimento sociale o professionale.

Già questa circostanza assicura a questo romanzo un posto nella storia evolutiva di cui abbiamo parlato.

Tirata per i capelli in un’indagine scivolosissima, Lena si troverà ad affrontare enigmi, indovinelli, e saltafossi. Pressata dal tempo che scorre verso l’ultimatum, gravata dalle sue pene personali, Lena scoppierà spesso in moti di stizza e di irritazione, come se cercasse di rimuovere quegli insopportabili bastoncini dello Shangai.

All’alba di questo secolo scoppiò il fenomeno Codice Da Vinci. Lo scrittore americano, ma di sangue europeo, Dan Brown ci sguinzagliò tutti in giro per la Francia tra cattedrali e dipinti in una intricatissima caccia al tesoro, il cui premio ambito era nientemeno che il Sacro Graal. Ricordo che leggendo di quelle ricerche del professore Sir Langdon, pensavo a chissà cosa avrebbe potuto scrivere un nostrano Dan Brown, con tutti i monumenti, tutte le storie millenarie, che attraversano la nostra Sicilia da ogni latitudine.

All’alba del terzo ventennio di questo secolo ci ha pensato Sebastiano Ambra. L’avventura di Lena è, infatti, una intricatissima caccia al tesoro tra le chiese, i monumenti, le leggende, le storie che Palermo custodisce e nasconde. 

Anche a Lena, ispettrice collerica ma determinata, Ambra affianca la figura di un professore, Leo Colli, nella caccia al tesoro a cui è stata forzatamente iscritta. Ma ancora uno scangio, un ribaltamento. Non è il professore, il suo sapere, la sua conoscenza, che guideranno il lettore nella soluzione degli enigmi (ad un tratto persino il Sator che ci riporta ai nostri anni liceali). Leo Colli è uno psicologo, con i suoi tormenti personali anche lui. E’ proprio Malena, che deve pescare nei suoi studi umanistici e classici, nelle sue conoscenze, nelle sue memorie pre arruolamento, per superare i trabocchetti che le si parano davanti.

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La storia si sviluppa tra colpi di scena e ribaltamenti, anche piccoli ma costanti, tra illusioni e scangi, con la velocità di un fumetto. Ci tiene legati alla sua caccia al tesoro, come quelle avventure al computer punta e clicca, che ci hanno appassionato negli anni novanta, quando questa evoluzione letteraria e sociale della Sicilia, di cui questo romanzo è una delle più recenti tappe, iniziava. E, scorrendo, ci mostra una Palermo, bella e misteriosa, che non avevamo conosciuto prima.

Arriviamo alla fine (che ovviamente non vi sveliamo, neanche di striscio) finalmente soddisfatti, come se, grazie a Lena, avessimo recuperato per la prima volta dopo anni di frustrazioni, l’ultimo dannato bastoncino colorato dello Shangai.

Peccato che una mano invisibile, crudele, e senza scrupoli, getti nuovamente sul tavolo quegli insopportabili bastoncini colorati sul tavolo e si debba ricominciare. 

Non ci resta che aspettare che Lena torni con noi a spazientirsi sullo Shangai.

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