Furori, Tempeste, Musica, Vita, Morte, Tempo – Bellini e Chet

La musica è una costante compagna della mia vita, fin dai primi mesi di vita (e sospetto anche prima, anche prima della vita terrena fetale).

Il suo linguaggio esprime con profondità ed universalità quello che sento, quello che sentiamo tutti. Il suo linguaggio si esprime liberamente costretto dentro il suo tempo. C’è sempre un metronomo da qualche parte dell’universo che batte il tempo e scandisce in frazioni regolari i flussi della coscienza. Il nostro dovere, la nostra salvezza, è ascoltarlo, riconoscerlo e seguirlo.

Alcune fortuite coincidenze hanno portato alla mia attenzione due libri fatti di musica, scritti con la musica, che armonizzano vita e musica. Uno uscito in queste settimane, l’altro ritornato in libreria nella stessa battuta di tempo. E siccome il caso non esiste, ho voluto assecondare questo metronomo e li ho letti insieme, quasi sovrapponendoli.

Nel furor delle tempeste di Luigi La Rosa, Piemme edizioni.

Chet di Roberto Cotroneo, Neri Pozza (ovviamente).

In modi diversi i due libri ci raccontano la vita di due uomini che hanno asservito la propria vita alla musica, che nelle vene erano attraversati da musica, per quanto questa cosa potesse diventare intollerabile, persino.

La musica è matematica sopraffina. Il numero, la misurazione, la cifra costituiscono il corpo carnale della musica. I numeri sono l’espressione figurativa del tempo, delle date. Le date, per quanto convenzionali sempre, acquistano un senso soprannaturale, quando si intrecciano, e danno alla musica e alla vita il sapore della divinità.

Vincenzo (come mio padre) Bellini muore giovane il 23 settembre (come mio padre).

Chesney Henry “ChetBaker (passione incontrollabile della mia vita di ascoltatore) nasce il 23 dicembre (come me).

La suggestione irresistibile mi costringe, come fosse una partitura, righe e battute, a leggere insieme i due libri e a scriverne insieme.

Vincenzo e Chet vivono in due secoli diversi, profondamente diversi. Entrambi però cadono in balia del demone, dell’unico vero Dio, forse, che si camuffa dietro i nomi che l’umanità gli attribuisce, Geova, Dio, Atahualpa o qualunque altro dio…. La musica.

Nel furor delle tempeste

Luigi La Rosa con la sua ormai nota ed attesa prorompente sensualità della parola ci racconta la breve, ma intensa sottomissione di Bellini alla musica. Ci descrive i rapimenti estatici, le sofferenze indicibili, gli amori impossibili, le somatizzazioni dei dolorosi parti in cui dà alla luce le sue opere, le sue melodie, le meraviglie che strappa al buio, al silenzio.

Le amicizie, Florimo, gli amori, Lena su tutte fino alla fine, la famiglia, le città in cui ha vissuto, tutto appare avvolto nella tempesta, nella pioggia, nella furia degli elementi. Ma è il suo furore, l’urgenza di mettere al mondo, di regalare al mondo, quelle sequenze matematico grafiche di segni e di tempo, che imbrigliano il silenzio dentro i suoni, che riempie i cieli e la terra. Che diventa tempesta.

Dal racconto di La Rosa emerge netta e solitaria la sua capacità di costruire melodie che aderiscano perfettamente, compiutamente al canto. Durante la sua vita critici e affezionati seguaci non hanno potuto cogliere quello che oggi sappiamo riconoscere, facilitati dal tempo che è scorso, e che ci ha mostrato le evoluzioni. Le avvincenti melodie che ci fanno prigioniero il cuore e l’intelletto sono moderne, sono avanzatissime, comprendono ed elaborano frasi musicali che oggi diremmo mediterranee, che tanta musica successiva hanno influenzato. 

I concorrenti del suo tempo, Rossini, Donizetti, pur grandi, non hanno questa specifica inflessione, sono in un altro tempo rispetto al suo.

Mio padre ascoltava (e fischiava, sempre) le arie di Bellini. La sua passione per la musica popolare e da ballo, ma anche sinfonica ed operistica, gli riempiva l’animo di musica, che emetteva canticchiando, più spesso fischiando. Dal suo modo di fischiare le arie di Bellini ho appreso inconsapevolmente, ancestralmente, questa caratteristica della musica di Bellini. Questo imporre nel difficile mondo del belcanto una reminiscenza di Catania, del Mediterraneo, una cornice sentimentale unica ed inimitabile.

Dalle pagine tumultuose di La Rosa viviamo questa sua alterità, questa sua cifra speciale. E, soprattutto, impariamo da dove viene.

Bellini piega completamente il suo animo alla musica che sta scrivendo, al dramma che sta musicando. 

Più o meno consapevolmente si costringe in situazioni sentimentali ed umane che lo fanno essere Amina, in preda ai suoi drammi notturni, la druida Norma, Medea rinsavita, Elvira, impazzita, mentre tutto intorno la democrazia cerca di emettere i propri vagiti.

Questa sua adesione corporale prima che spirituale, gli consente di trascrivere sul pentagramma tutto quel furore che la sua storia, la sua memoria, il suo dna di catanese gli ribolle dentro.

Chet

Roberto Cotroneo in questo romanzo inchiesta, dà corpo ad alcuni sogni suoi e di tanti di noi. 

Maggio resterà sempre un mese di commemorazioni dolorose, personali e pubbliche. 

E’ al cinema in anteprima in questi giorni, la serie Esterno, Notte di Marco Bellocchio. Lo stesso Bellocchio che, nel suo film Buongiorno, Notte, aveva dato corpo ad un sogno di tutti noi, di tutto il paese. Moro che avanza spedito nell’alba di maggio attraverso Roma e torna libero alla sua famiglia, al nostro Paese. Propone una diversa evoluzione della vita del nostro Paese.

Cotroneo dà corpo al nostro sogno di appassionati: Chet è vivo, moderno Mattia Pascal, ha approfittato di un incidente e ha scelto di diventare Adriano Meis in un paesino del Salento, trasformando in Oklahoma, un piccolo spazio verde con casetta di legno, molto pioniere americano.

Il mio incontro con Chet Baker risale alla primissima adolescenza. Scoperto il jazz, scoperta la seduzione di questa musica, mi appassionai alle trombe, Miles Davis e Chet Baker su tutte. Ma presto mi dedicai al lirismo e alla voce soffiata, come fosse ancora tromba, di Chet Baker.

Riscoprii i suoi classici, le esperienze con Gerry Mulligan, le esperienze europee, Parigi, l’Italia. I film di Lucio Fulci. Ne studiai la biografia, accidentata, maledetta, intralciata da droga e galera, e violenza.

Non erano tempi da musica liquida. Cercare negli anni ottanta i dischi di nicchia in una provincia periferica dell’impero come la mia, era fatica improba. Rintracciai telefonicamente Paolo Piangiarelli, oggi scomparso, che aveva fondato temerariamente una casa discografica, la Philology, che cercava di conservare tracce di quegli eventi veri e propri che il jazz in Italia creava quasi clandestinamente, ed in cui Chet era spesso protagonista. Mi mandò un catalogo scritto a penna sul retro delle pagine dell’estratto conto della sua banca, da cui ordinavo quelle perle, man mano che raccoglievo i soldi necessari. Registrazioni con Massimo Moriconi a Macerata, con Nicola Stilo ed il suo flauto impertinente, con Enrico Pieranunzi. Perle straordinarie sottratte all’oblio, incise su quelle forme rotonde di plastica nera, oggi desuete ai più, che chiamavamo dischi in vinile.

(Non so che fine abbia fatto il catalogo della Philology, che non conteneva solo Chet, ma anche altri prestigiosi artisti, dopo la morte di Piangiarelli, ma meriterebbe la salvaguardia come patrimonio dell’umanità).

Per gli altri dischi di Chet che non erano Philology, li ordinavo presso un rivenditore di Palermo via telefono, ed il venerdì un amico che lavorava a Palermo, ma nel week end rientrava nella mia città, me li portava. 

Questa è stata la vita degli appassionati di musica prima di internet, amazon, spotify, apple music, ecc.

Cotroneo nel suo romanzo immagina che Chet Baker, come Majorana, come Caffè, abbia deciso di scomparire, di sottrarsi alla dittatura del suo pubblico ed abbia organizzato la sua scomparsa, il 13 marzo del 1988 ad Amsterdam. Ma diversamente da quegli scienziati, per non essere cercato (e per lasciare ai suoi eredi, figli, mogli, la possibilità di reclamare i diritti sulla sua sterminata produzione) abbia proprio simulato la sua morte, offrendo un cadavere sfigurato agli occhi del mondo.

Chet aveva 59 anni in quel 1988, anzi li avrebbe compiuti a dicembre, il 23 appunto. Ma le sue immagini del tempo, il suo biascicare a causa dei denti distrutti da una mano violenta esattoriale, le rughe che gli scavavano il volto un tempo bellissimo, lo facevano sembrare già vecchio, già molto vecchio.

Per questo non fatichiamo ad immaginarci il Chet settantanovenne che incide il legno in Salento nel 2008 quando Cotroneo lo raggiunge.

Il pretesto è valido, ci solletica l’anima, ci fa immaginare una serenità esistenziale nel Chet sopravvissuto, ci riconcilia con il Chet che soffia e canta dentro di noi, sempre, alternandosi al fischio di mio padre che scandisce la Casta Diva.

Mio padre amava anche lui la tromba. Aveva alcuni dischi in cui la tromba svettava. Ninì Rosso, sicuramente, ma anche Piero Umiliani e Buddy Rich per la Domenica Sportiva, Herb Alpert con la sua Taste of honey per Novantesimo Minuto, Eddie Calvert e la sua Ciliegi rosa, da Pierrot circense.

Non so se abbia conosciuto Chet, anche se la sua passione per Celentano lo aveva portato a conoscere Urlatori alla sbarra di Fulci, dove Chet sdraiato in una vasca da bagno completamente ubriaco sfodera un assolo di tromba superlativo.

Non ha certamente conosciuto la mia passione per Chet Baker.

Cotroneo usa questo pretesto per raccontarci la musica di Chet Baker, la sua tromba “netta e solitaria”, come non aveva fatto nessuno prima. Analizza alcune sue incisioni, la sua competizione con Miles Davis, le differenze tematiche ed esistenziali tra le due trombe più illustri del jazz.

Ci racconta di My Funny Valentine, dall’incisione del 1952, estratta da uno spartito scritto a mano, a memoria, incompleto, fino all’ultima sontuosa del 28 aprile 1988 ad Hannover, con una orchestra di sessantadue elementi.

In questo brano già vecchio nel 1952, che da allora diventa suo, definitivamente suo, Cotroneo riscopre la cifra stilistica della musica di Chet Baker, la irregolarità apparente delle sue linee melodiche, la composizione dei silenzi, tra le note, i versi soffiati e modulati dalla sua voce unica, resa unica dalle rughe sulla sua anima e dalle ferite sul suo corpo.

Nella sua finzione Cotroneo immagina che l’elaborazione esistenziale del Chet sopravvissuto, seguendo gli insegnamenti di Gurdjeff, continui sempre su Valentine.

Anzi arriva a confezionare un altro sogno che delizia il nostro immaginario di amanti totali del jazz.

In una Parigi catacombale, partecipando ad un convegno segretissimo, Cotroneo può assistere all’impensabile. 

Senza mai nominarlo, ma disseminando di copiosi indizi il racconto per poterlo individuare, mette al piano Keith Jarrett, forse ancora affetto da sindrome da stanchezza cronica, e lo fa dialogare con la tromba fuori campo del Chet redivivo, in una versione che possiamo immaginare soltanto di My Funny Valentine

Jarrett inciderà solo nel 1996 in un live di Tokyo indimenticabile, questo standard di Chet.

Curiosamente sempre a Tokyo, Chet Baker, dieci anni prima, incide un live fantastico con delle esecuzioni che ancora oggi sono storia (anche Valentine, ovviamente), ma Cotroneo nella sua selezione di musiche essenziali non lo cita.

Cotroneo analizza dettagliatamente l’ultimo grande concerto di Chet Baker quello di Hannover del 28 aprile 1988, che si trova in un doppio album.

Come ci è sembrato a tutti, conserva i caratteri di un testamento. 

Chet che pochi giorni prima aveva suonato per strada a Roma in Via del Corso, raccogliendo le elemosine dai passanti che non lo avevano riconosciuto, che diventava sempre più schiavo dell’eroina, che mostrava i suoi limiti umani, che sembrava molto più vecchio della sua età, che preoccupava amici e parenti per la sua fragilità al limite, su quel palco ritrova la zampata del leone e suona meravigliosamente, come forse non ha mai suonato, canta come non ha mai cantato, consegna ai posteri la sua goccia di splendore, per l’eternità.

Musica, vita, morte, tempo

Questi due romanzi impastati di musica, scritti con la forza della musica, mettono insieme idealmente due grandi uomini, che hanno messo la loro vita totalmente, senza riserve, al servizio del demone della musica. Secoli diversi, pentagrammi diversi, uguale urgenza, uguale necessità, uguale dono all’umanità, dentro il tempo, oltre il tempo, oltre le generazioni.

La loro morte in entrambi i casi assume le caratteristiche di un caso controverso, di un caso irrisolto, al di là delle certificazioni mediche di infiammazione intestinale e di trauma da caduta. 

La morte di Vincenzo Bellini appare la inevitabile conseguenza delle sofferenze umane autoinflitte per amore della musica, il sacrificio umano di un corpo giovane e forte, alla esigenza predatoria invincibile della creazione artistica musicale.

La morte di Chet Baker appare la inevitabile conseguenza di una vita oltre ogni limite, un corpo forte, bello, invidiabile, roso dall’interno dal demone della musica, dall’abisso della musica, da cui provare ogni sera a risalire soffiando e cantando. Un corpo che non avrebbe più potuto replicare la perfezione sublime dell’ultimo concerto, la risalita definitiva dagli abissi. Per non caderci più dentro, occorreva lanciarsi nel vuoto. O simulare questo volo e rifugiarsi nel Salento, come Cotroneo ci invita a credere.

La musica vive nel tempo, lega nel tempo le generazioni.

Mio padre, Vincenzo come Bellini, mi fischiava Casta Diva per trasmettermi amore e bellezza.

Io, per trasmettergli amore e bellezza, ho accompagnato le prime notti di mio figlio Vincenzo, come mio padre e come Bellini, con la traccia 5 e la traccia 2 del cd My Favourite Songs: The Last Great Concert, registrato il 28 aprile 1988 ad Hannover da Chet Baker con un’orchestra di sessantadue elementi.

Traccia 5: Summertime, nella versione più bella in assoluto, più bella anche di quella di Miles Davis;

Traccia 2: My Funny Valentine, l’ultima ed insuperabile versione di Chet di questo suo brano indimenticabile.

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