ROSSO MALPELO – Quinta serata del ciclo verghiano – Quinto tassello del puzzle

Molto partecipata la quinta serata del nostro Ciclo Verghiano. La quinta tessera del puzzle che stiamo ricomponendo.

Stasera abbiamo affrontato un tema nuovo, con un film più recente, dal taglio più moderno degli altri che abbiamo visto. Un film del 2007, Rosso Malpelo di Pasquale Scimeca, attraverso il quale abbiamo riflettuto su cosa possa ancora dirci Verga, due secoli dopo. In che modo la sua lezione, la sua letteratura possano arrivare fino a noi, ai nostri figli.

Le due facce della tessera di ieri sera sono state:

1. il pregiudizio

2. la solitudine

La novella di Verga Rosso Malpelo, sempre contenuta nella raccolta Vita dei Campi del 1881, è una tra le più lunghe, quasi un racconto vero e proprio, più che una novella.

Il Verismo verghiano in questa novella fa un salto di qualità. Punta direttamente sulla individuazione di un contesto sociale ed economico, che consente, sviluppa, lo sfruttamento, la sopraffazione, la violenza dei forti sui deboli, sui vinti.

Con il suo consueto registro essenziale e “oggettivo” Verga ci racconta di un minore sfruttato in miniera. Un caruso da zolfatara. Dapprima insieme a suo padre, poi dopo la morte di questi, da solo.

Ma Verga è un genio letterario, non vuole fare una Inchiesta in Sicilia. A questo avevano pensato Sonnino e Franchetti cinque anni prima. Vuole creare un’opera d’arte, impastata dagli elementi oggettivi, del vero.

Dagli elementi oggettivi, da denuncia sociologica e politica, Verga trae un capolavoro di portata universale. Cuce addosso al carusu, un elemento esteriore, il colore rosso dei capelli, a cui il comune sentire popolare attribuisce caratteri di cattiveria e crudeltà. Un pregiudizio malevolo che vuole tutti i rossi di capelli infidi, violenti, pericolosi, perfidi e malvagi. Il pregiudizio è talmente forte che assorbe ogni identificazione del ragazzo, persino il nome, che nessuno ricorda più, e diventa per tutti Malpelo, pure per sua mamma.

Verga registra la voce popolare, anche qui non si immedesima, non entra nel dibattito, non parteggia. Usa molti verbi all’indicativo, è assertivo. Malpelo è, Malpelo fa, non semina alcun dubbio.

Ma Verga, mentre registra la voce del popolo, da voce anche al ragazzo, al suo animo, al suo sentimento. Rosso, il cattivo, aureolato dalla mitologia negativa del malpelo che gli ha cucito addosso la collettività concorde e ostile, è intelligente, coglie il rapporto tra causa ed effetto, impara. Si acconcia dentro il pregiudizio degli altri. Privo di interfacce che lo aiutino a decodificare cosa gli avviene, diventa quello che gli altri si aspettano.

Qui scatta la rivolta di Malupilu, la sua pericolosità sociale, di sovversivo con un destino preannunciato dal colore dei capelli, il quale ha ricevuto violenza dall’alto e la scarica per quanto può verso il basso, in un’accettazione globale e disperata del sistema, sino alla condanna della vita stessa.

Abbiamo detto che Verga ci racconta donne e uomini vinti dalle loro passioni, che non sono capaci di gestire ed incanalare. In questa cruciale novella Verga sposta il fuoco sul sentimento, oltrepassa la passione. La giovane età del protagonista lo preserva ancora da quel grumo di impulso e desiderio che stravolge l’animo. Il sentimento che prevale nell’animo di questo lentigginoso e sfortunato ragazzo dai capelli rossi è la solitudine. Una solitudine oggettiva, del contesto. Ma anche una solitudine esistenziale primordiale, ancestrale, umana, universale.

Nonostante reagisca accondiscendendo le aspettative di tutti, diventando il Malpelo che i capelli annunciavano, Rosso è solo, drammaticamente solo, disperatamente solo.

La sua cattiveria non è reale, non è originaria. Qualche sprazzo che Verga registra, come il rapporto con Ranocchio, ci fa ben intendere che l’animo di Rosso è come tutti gli altri ragazzi della sua età.

Nella sua solitudine si rincantuccia, si rintana, si accovaccia, disprezzando anche la vita che in sorte gli è toccata.

Il capolavoro letterario che Verga trae dalle vicende dei carusi delle solfatare merita un posto di primissimo piano nella sua opera. Il modo in cui ci ha raccontato cosa vuol dire essere vittima di un pregiudizio, ed essere cosi drammaticamente, irredimibilmente, solo, vale sempre dal 1881 ad oggi e varrà ancora domani, ed in ogni contesto.

Tra la novella di Verga ed il film che abbiamo visto ieri sera è accaduta una cosa dirompente che lega le due cose e ne spiega l’evoluzione.

Sulla terra è apparso un poeta, è apparso Pier Paolo Pasolini.

Nel 1922, poche settimane dopo che Verga muore, nasce Pasolini. Il demone dell’arte, della letteratura ha visto lungo, ha dato corpo ad un disegno.

A Pasolini riesce quello che a Verga non era riuscito.

Verga rielabora letterariamente la voce degli strati più bassi della popolazione. Non avrebbe potuto lasciare ancora più libertà di espressione ai suoi personaggi.

Pasolini può permettersi di lasciare loro la voce originaria, senza rielaborarla letterariamente. Facendo così un’opera artistica di primordine, che estremizza il verismo verghiano, lo completa, lo oggettivizza ulteriormente.

Verga immagina una via cinematografica per aggiungere la sua “segreta mania”, la fotografia, al suo genio letterario. Ci prova, abbozza soggetti, studia il fenomeno in evoluzione del cinema, ma non gliene basta il tempo.

Pasolini ha il terreno spianato verso questa via. Può portare i suoi ragazzi di vita dalla pagina sugli schermi con Accattone, o con la guida della Magnani in Mamma Roma.

Di questa lezione non può non aver tenuto conto Pasquale Scimeca, regista attento e rigoroso, sguardo affettuoso sul mondo che lo circonda, che nel 2007 compie il suo primo omaggio al genio di Verga con il film che abbiamo visto ieri sera.

Le letture di Manuela e di Simone del Gruppo Gli Amici di Casa Costa, che hanno letto alcuni estratti dalla novella, hanno restituito al pubblico l’atmosfera verghiana.

Molto partecipata, come ormai di consueto, anche la fase del dibattito dopo la visione. Il nostro solito approccio leggero e scanzonato, ma mai banale, ci ha portato a condividere ricordi personali, o familiari di miniera e pirrera, a condividere il giudizio finale sul film.

Il pubblico del Centro Polifunzionale della Biblioteca Civica di Lentini ha giudicato il film di Scimeca, un vero capolavoro. Un omaggio fedele e rispettoso della novella e del suo spirito, come finora non ci era capitato nelle precedenti visioni.

Una testimonianza acuta delle condizioni di lavoro, di sfruttamento cui sono purtroppo a volte sottoposti i minori, ad ogni latitudine.

Uno sguardo affettuoso sul mondo degli oppressi. Uno spiraglio di speranza.

Gli spettatori hanno particolarmente apprezzato le musiche molto particolari di questo film, che si devono a Miriam Meghnagi, artista poliedrica, etnomusicologa, con una sensibilità spiccata per i canti ebraici, yiddish e arabi.

Notevole il cameo di Lucia Sardo, che, con poche inquadrature, definisce un personaggio ed una intera storia. Non solo affetto, ma stima artistica per la quasi concittadina.

Tutto il pubblico ha concordato che Pasquale Scimeca ha offerto la sua cinepresa al Maestro Verga, come ha riconosciuto egli stesso nel videomessaggio di saluto, con cui ha onorato la platea, e che ha innestato la poetica di Pasolini sulla robusta pianta verghiana, per ottenere un film, unico e memorabile.

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