STORIA DI UNA CAPINERA – Quarta serata del Ciclo Verghiano – Quarto tassello del puzzle

Ieri sera presso il Centro Polifunzionale della Biblioteca Civica di Lentini abbiamo recuperato la quarta serata del nostro Ciclo Verghiano, rinviata la scorsa settimana per le cattive condizioni meteorologiche.

Una grande affluenza ed una partecipata discussione e condivisione delle emozioni provate hanno fatto da cornice alla proiezione del film di Zeffirelli.

Abbiamo delineato la quarta tessera del puzzle che stiamo ricomponendo della figura di Giovanni Verga nel centenario della sua morte.

Se Verga non avesse compiuto la svolta verista, sarebbe rimasto famoso come lo scrittore della Capinera.

Il romanzo Storia di Una Capinera fu il suo più grande successo editoriale del periodo borghese, pre verista.

Con questo romanzo ed il film ad esso ispirato abbiamo voluto trattare due temi:

  1. La figura della donna (ultimo pezzo di una definizione complessa)
  2. Il ruolo della passione nella vita delle donne e degli uomini di Verga

Storia di una Capinera è una vicenda passionale d’amore, durante una pandemia di colera, tra Catania e Monte Ilice. Una vicenda borghese, ma non per questo meno moderna, meno suggestiva di riflessioni per noi del ventunesimo secolo.

Una donna ancora, una donna molto particolare.

Il romanzo risale al 1869, al periodo fiorentino di Verga. Venne pubblicato a puntate su due riviste: La ricamatrice, e Il Corriere delle Dame. Poi in volume dall’editore Lampugnani di Milano nel 1871.

Verga, trentenne, in cerca di una sua collocazione sia geografica che artistica, inquieto ed eternamente insoddisfatto, si cimenta in un romanzo borghese, psicologico e melodrammatico, che racconta una vicenda che lo tocca molto da vicino.

Verga non si è mai sposato. Ha comunque avuto molte donne, che hanno messo a serio rischio sempre la sua situazione finanziaria. Ha amato, molto amato, ed è stato riamato.
Ma un posto speciale nel suo cuore lo ha avuto una sola donna, Rosalia Passanisi. Una educanda del monastero di San Sebastiano a Vizzini, dove una sua zia era monaca.

A cavallo tra il 1854 ed il 1855, la famiglia Verga sfugge al colera che imperversa a Catania, rifugiandosi a Tebidi, feudo tra Vizzini e Licodia Eubea. In quella pausa di lockdown campestre, il quindicenne Verga si innamora perdutamente di Rosalia, scampata con la famiglia nella stessa località.
Cessato il pericolo colera, Rosalia torna in convento e non si vedranno più, ma Giovanni non la dimenticherà mai.

Con la ferita ancora aperta, nell’estate fiorentina del 1869, Giovanni trasforma in materia letteraria la sua insoddisfatta passione e secondo i canoni borghesi del tempo imbastisce una storia di amore e passione melodrammatica e tragica.

Ma Verga non sarebbe Verga se non tentasse esperimenti, se non cercasse strade nuove e vie non battute.
Già dalla forma comprendiamo che si tratta di un romanzo molto particolare.
La vicenda si ricostruisce attraverso un intenso e duraturo scambio epistolare tra Maria, educanda, e la sua compagna di monastero, Marianna.

Oltre alla forma innovativa, che ben si presta alla pubblicazione a puntate nelle riviste, come abbiamo visto, il romanzo possiede caratteristiche peculiari importanti.

Come avverrà sempre anche in seguito, il romanzo prende spunto da un fatto vero. Poiché il fatto vero è stato vissuto in prima persona dallo stesso Verga, in più nelle sue pagine si indovina un’ossessione autobiografica, che diventa volontà di indagine su che cosa sia l’amore, cosa sia la passione, quali conseguenze possa provocare nelle donne e negli uomini.

Ne viene fuori un romanzo che, monotono nel disegno complessivo e inficiato dalle cadute melodrammatiche, presenta tuttavia penombre e pieghe psicologiche, finezze di dettaglio e sottintesi, degni di un autore più maturo dei suoi trent’anni.

Vi si ritrovano alcune notazioni graffianti, pre freudiane, che rendono meno vuoto il tono sentimentale ed ottocentesco del romanzo. Ad esempio quando Maria scrive a Marianna:

“Tu non puoi sapere quello che ci sia di ebbrezza, di rabbiosa voluttà nell’imporsi un’atroce tortura…”

Tortura è la parola giusta. Verga, già in nuce consapevole che le donne e gli uomini vivono agitati dalle loro passioni, e da queste guidati verso il loro destino di vinti, in questo romanzo si interroga su cosa avvenga ad una donna quando anziché inseguire la sua passione verso la trasgressione, come faranno Santuzza, la Lupa e tante altre donne del suo mondo letterario, la reprima, la comprima, la conculchi al fondo del suo animo. Le impedisca di agire, di vivere, di esprimersi.

Una implosione tragica, una esplosione nucleare che non lascerà alcuna traccia della sua anima, che farà il vuoto dentro, talmente incolmabile da caderci irredimibilmente.

Il romanzo fu un record di vendite, circa ventimila copie. Un numero fuori dal comune per il 1871. Diede a Verga la notorietà ed il successo, che gli consentirono di sperimentare altre vie fino alla creazione assolutamente personale di un movimento letterario quale fu il Verismo.

Abbiamo detto che senza svolta verista, Verga sarebbe rimasto lo scrittore della Capinera, ma possiamo anche dire che senza la Capinera, senza il suo successo editoriale, la credibilità che ne ottenne, i soldi che ci fece, non ci sarebbe stato il verismo.

Leggiamo le parole di Verga che ci spiega la scelta del titolo nella sua prefazione al romanzo:

“Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete. Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta.
Ecco perché l’ho intitolata: Storia di una capinera.”

Anche ieri sera abbiamo aggiunto una piccola sorpresa per il nostro affezionato pubblico.

I social sono spesso una componente del disagio di questi tempi, ma altre volte realizzano collegamenti ed incontri trasversali che altrimenti non si potrebbero realizzare.
In uno di questi incroci social ho avuto la fortuna di conoscere una persona dalla delicata sensibilità, dalla capacità evocativa naturale, una poetessa contemporanea di Firenze, ma con grande attaccamento alla nostra e sua Sicilia. Carla Modica, che con i suoi versi spesso descrive le emozioni suggerite dalle foto del comune amico Marcello Bianca, il fotografo della luna. Vi invito a ritrovare le pubblicazioni di Carla Modica in antologia.

Nel mese di novembre, visitando Noto, in particolare la Torre della Chiesa del Santissimo Salvatore, Carla Modica ha subito la suggestione di quei luoghi dove Zeffirelli ha girato alcune scene da interno del convento, ed ha composto una poesia dedicata, appunto, alla Storia di una Capinera, di Verga e di Zeffirelli.

Ieri sera l’abbiamo sentita letta da lei stessa.


Storia di una Capinera, è un film di Franco Zeffirelli del 1993.
Una produzione internazionale che si avvale di un cameo importante di Vanessa Redgrave.
Girato tra Catania, Noto, Palazzolo Acreide, Vizzini, e l’Eremo di Sant’anna.
Zeffirelli restituisce pienamente l’atmosfera borghese sentimentale e melodrammatica della vicenda della novizia Maria.

Come ormai di consueto, dopo la proiezione il pubblico ha condiviso emozioni provate, ricordi personali, impressioni.

Con tono leggero e scanzonato, ma mai banale, sono state sviluppate notazioni interessanti sulla condizione della donna, soprattutto nei casi di monacazione forzata.

Ancora una volta abbiamo condiviso che nel mondo verghiano i vinti sono vinti innanzitutto dalle loro stesse passioni, che li agitano, li guidano, sia che a queste passioni si dia corso, sia che, invece, le si reprima o le si sublimi.

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