Amore che vieni, amore che vai, ma dove vai? – Io sono l’orchessa di Sebastiano Spicuglia – Baldini+Castoldi

Cosa sarà mai questo amore?

Sarà sicuramente sopravvalutato.

Una cosa che mette in relazione due esseri diversi, che pensano in maniera diversa, con i corpi strutturati in maniera diversa per il piacere, non potrà mai funzionare.

Eppure, quante follie, quanti pensieri insani, gesti sgangherati, dolori e disgrazie per inseguire un po’ d’amore, per raccattarne qualche briciola caduta, anche dal piatto di altri, o dai resti tra la spazzatura.

Ci aveva avvisato Faber.

Fra un mese fra un anno scordate le avrai

Non è una cosa che dura. Figuriamoci per sempre.

Io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai
Amore che vieni, amore che vai

Eppure Seby Spicuglia ci prova. Giornalista, disegnatore satirico, ce la vuole raccontare lui una storia d’amore. Lo fa con questo libro appena uscito per la Baldini+Castoldi, Io sono l’orchessa.

Una storia surreale, nata per scherzo, finita in tragedia, come tutti gli amori folli.

Si insinua tra i lobi di una donna, ma mica una donna qualunque.

Una donna stanca, ancora giovane, ma stanca, delusa, tradita, ferita, abbandonata.

Da quella postazione Spicuglia legge nella mente, e sente il cuore di quella donna, Laura, che non ha nulla della musa petrarchesca.

Da uomo non può farsi interprete di quella illogica mostruosa parodia di amore. Non ha gli strumenti per capirci qualcosa, per decodificarne le essenze e gli umori.

Si limita a registrarne il delirio. A trascriverne le farneticazioni.

È anche lui ad un tratto prigioniero della sua postazione. Non riesce a raccontarci una storia. Da lì dentro non arriva il suono della vita altrui. Non si vede l’emozione degli altri, non si percepisce il fluire dei pensieri.

La vita è solo quella parte di delirio che si sviluppa intorno a quell’amigdala su cui si è seduto ad assistere.

Davvero un viaggio allucinante quello di Seby Spicuglia dentro la testa di Laura.

E sarà forse la sua presenza dentro quella testa, la sua ingombrante presenza, che lascia aperti alcuni sfiati e i pensieri di Laura sfuggono a se stessa, si trasformano in parole che gli altri ascoltano, ma non capiscono, sono troppo decontestualizzate.

Si dice che nessuna osservazione è neutra, nessuna osservazione, anche scientifica, è vergine. Dopo Einstein sappiamo che nel modello dobbiamo tenere conto degli effetti dell’osservatore.

Così deve essere il peso di Spicuglia sull’amigdala che fa deragliare l’amore di Laura, che lo fa diventare un flusso di umori e di ormoni, di liquidi e di solidi, una Salò dei sentimenti, annegati in una meccanica violenta di sesso, per nulla erotica.

Ed ogni spinta verso l’estremo diventa insostenibile, intollerabile, vomitevole. Fuggire, scappare, ritornare.

Fino alla estrema insostenibilità.

Fino alla estrema intollerabilità.

Fino alla estrema solitudine.

Si perché è sola Laura, maledettamente sola.

Neanche il suo demiurgo ne prova più compassione.

Spicuglia, dalla sua postazione da Mazinga, da dove abbiamo capito che in realtà la governa, la porta verso un finale greco, da teatro greco, senza epica, solo tragedia.

Seby, amico mio, ma cosa ti hanno fatto le donne per vendicarti così?

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