La voce del padrone – D’amore e di rabbia di Giusy Sciacca – Neri Pozza

Quando la musica divenne per la prima volta riproducibile anche in assenza di orchestre e musicisti passava attraverso delle pesanti e fragili lacche nere che venivano riprodotte attraverso i grammofoni.

Già dai primissimi anni del ventesimo secolo la più importante e diffusa casa discografica italiana fu la mitica “La Voce del Padrone”, emanazione della britannica “His Master’s Voice”, caratterizzata dalla iconica etichetta con il jack russell terrier che cerca il suo padrone dentro la tromba del grammofono, da cui sente provenire la voce.

Nel nuovo romanzo di Giusy Sciacca, D’amore e di rabbia, edito da Neri Pozza, che è arrivato insieme alla primavera sugli scaffali di tutte le librerie, il grammofono ed i 78 giri della Voce del Padrone giocano un ruolo fondamentale.

La protagonista Amelia, come la fattucchiera che ammalia di disneyana memoria, accompagna i suoi pomeriggi con la musica del grammofono, e condivide con il piccolo Saretto la gioia della musica.

Davvero per lei quel grammofono rappresenta La Voce del Padrone.

Deve, infatti, a Francesco Beneventano Della Corte, il baronello, quel grammofono, quei 78 giri provenienti dal Continente dove si reca spesso il baronello per i suoi affari.

Amelia Di Stefano è una figura scolpita sulla carta da Giusy Sciacca. Una femmina elegante, intelligente e affascinante in modo conturbante. Davvero Amelia che ammalia chiunque entri in contatto con il suo sguardo profondo e dolente da medusa.

Lo stregato baronello la porta con sé a Lentini, offrendole scandalosamente un appartamento sulla piazza centrale, e tenendola schiava dei suoi piaceri in una dorata gabbia.

Questa vicenda di amore non amore, scambio tra benessere e illusione di piacere, attraversa uno dei periodi storici più turbolenti del nostro scorso secolo. Gli anni che vanno dalla fine della prima guerra mondiale, passano per la spagnola, fino all’avvento del fascismo.

Anni di lotte, di speranze, di socialismi, di restaurazioni, di difesa dei privilegi, di violenze, di sconfitte.

La penna di Giusy Sciacca scorre veloce sulla pagina, è felice nella descrizione di luoghi, personaggi e sentimenti.

Soprattutto delinea con sapiente narrazione verista quel grumo di passioni che agita i personaggi, che li conduce a scelte, gesti e comportamenti di cui sopportare a lungo le conseguenze.

Squisitamente verghiani il modo di raccontare e il suono della prosa di Giusy Sciacca, restituiscono la fragranza delle storie vere, delle storie che nascono dalla verità e si trasmutano in racconto.

Sia la Lentini contadina e operaia, che la Lentini nobile e latifondista, nonché la Catania borghese e aristocratica, libertina più che liberty.

Vizzini e Leyra.

D’amore e di rabbia non è un saggio storico, neanche un romanzo storico.

È un romanzo che racconta una storia, intrecciandola su di una coperta che racconta la Storia. Il suo lavoro di uncinetto, sferruzzando con i minuscoli e brillanti uncini, aggiunge applicazioni ecru al lenzuolo e contraddistingue con i decori della balza traforata il risvolto che esce dal cuscino.

La figura del sindacalista, scolpita nella storia, emblema di un periodo, di una speranza, tradita e delusa, di una lotta aspra e dura, nell’inversione anagrammata delle generalità offre lo spunto a Sciacca per dargli una umana passione, una umana prudenza, una umana vigliaccheria che sono di Mariano, perso tra le chiome fattucchiere di Amelia, ma non di Francesco, matrice storica dei fatti.

La cattiveria di Minica, fatale per la più incontenibile delle passioni raccontate, si specchia nella genuina accoglienza di Santina e di Alfio.

La storia di lotta, politica, appassionata, di potere, che storicamente cederà al fascismo, con il suo nauseabondo sapore di olio di ricino, sfuggirà a quel destino amaro, con l’arte e la poesia.

Amelia/Giusy prendendo confidenza con la piazza e corso Alaimo incrocerà il suo andare con il vecchio Ciccio, il poeta, che dal suo carretto nota la bella furastera. Quel Ciccio Carrà Tringali che più avanti verrà riconosciuto e consacrato, anche musicato, da questo paese di puìsia che è Lentini.

Un tratto della strada di Amelia, vedra il suo impegno civile, il suo spirito rivoluzionario, affiancarsi a quello di Maria Giudice, combattente instancabile per i diritti dei lavoratori e dei contadini, personaggio iconico di queste storie di lotta, che ebbe tra l’altro il merito di dare i natali a Goliarda Sapienza e alla sua gioia.

Dal balcone sulla piazza chissà quante arie di opera, quante canzoni napoletane, oggi classiche, restituite all’ascolto dai solchi dei dischi sul grammofono, si sono riversate sugli abituali frequentatori dei caffè e delle botteghe.

‘O surdato nnamurato, esplicitamente citata in una pagina, Cavalleria Rusticana, Canzone Appassionata, Celeste Aida, o Mi par d’udir ancora.

È la musica che restituisce la lettura di questo romanzo. La musica che risuona ripensando alle pagine di Giusy Sciacca.

Sono tutte canzoni di passione, di amore e di rabbia, che immaginiamo accompagnate dalla voce da sirena di Amelia, l’uccello in gabbia che alterna il canto d’amore al canto di rabbia.

Eppure c’è un’altra canzone che potrebbe chiudere questo romanzo.

Una canzone che non poteva venire dal grammofono di Amelia, una canzone che, sciolta la rabbia della notte, all’alba avrebbe percorso la risalita dalla piazza al balcone.

Una canzone accompagnata dalla chitarra, con una voce appassionata, che potrebbe essere nobile, o contadina, maschile o femminile, ma sempre di amore, arreso ed incondizionato, parlerebbe.

Una canzone che nel mio personalissimo immaginario canterebbe Tanino il falegname all’indirizzo di quel balcone.

Mio papà si chiamava Tanino. Ma non era il nome suo.

Tanino era lo zio. Primogenito, generoso, creativo, un artista. Falegname provetto, aveva ereditato la maestria di Mastro Don Gaetano, suo nonno. Il suo estro e la sua capacità di dare forma alla materia lo spingevano a creare inserti di avorio nei mobili e inimitabili gioielli sempre in avorio come l’anello che lasciò cadere nel palmo della mamma Carmela, quando partì per l’Austria a difendere il suo paese.

Come tanti in famiglia, Tanino suonava la chitarra e cantava con voce intonata e appassionata e accompagnava spesso i balli dei suoi genitori.

Racconta la leggenda che sul finire della Prima Guerra Mondiale a Linz, mentre una livida notte di trincea cedeva il passo all’alba, un soldato siciliano si lanciò in un canto struggente, una serenata mattutina, una poesia di Giovanni Formisano del 1910, musicata da Cali, che si diffuse rapidamente tra i circoli e le barberie di tutta la Sicilia, e divenne famosissima, anche se fu fissata in un solco solo nel 1927.

Quando quel soldato finì il suo canto, nel silenzio dell’alba, dalla dirimpettaia trincea giunse un caldo applauso. Di certo non avevano compreso le parole, ma la passione, l’emozione, l’amore erano arrivati e avevano sciolto la rabbia indossata solo per divisa.

Il Tanino falegname con il sangue mio nelle vene, non tornò a far ballare ancora Mamma Carmela con la sua chitarra, morì all’ospedale di Linz per le ferite di guerra, e niente mi toglie dalla testa che il soldato siciliano che intonò quella mattutina in trincea fosse proprio lui.

Quella mattutina che fa così:

Lu suli è già spuntatu di lu mari
E vui, bidduzza mia, durmiti ancora…

Oltre a ringraziare Giusy Sciacca per aver ridato vita e passione alla Storia – con la maiuscola – di Lentini e della Sicilia Orientale, per aver creato un’indimenticabile Fimmina di virità, come Amelia Di Stefano, per aver fatto risuonare il sapore verghiano tra le pagine di un libro, la debbo personalmente ringraziare per aver riacceso in me il ricordo della storia del mio Tanino falegname, che, con questa scusa, si riprende qualche alito di vita su questa pagina.

***

Ieri sera venerdì 31 marzo a Lentini nella non casuale splendida cornice del Palazzo Beneventano abbiamo incontrato Giusy Sciacca per festeggiare l’uscita di questo romanzo.

Non sono bastate le sedie predisposte dall’amministrazione comunale ad accogliere i tanti interessati spettatori.

Il Dirigente Giuseppe Cardello ha introdotto la serata, lasciando al sindaco di Lentini, Rosario Lo Faro, e al sindaco di Carlentini, Giuseppe Stefio il microfono per un saluto di benvenuto.

L’Assessore alla Cultura Cristina Stuto, assente per cause di forza maggiore, ha mandato un messaggio pieno di affetto e di stima per Giusy Sciacca.

La conversazione con Giusy Sciacca è stata molto rilassata e piacevole. È stata l’occasione per approfondire alcuni spunti trattati nel romanzo.

La presenza in sala della figlia dello storico sindacalista di Lentini Francesco Marino, che nel romanzo viene trasfigurato nel personaggio di Mariano Fortunato, è stata l’occasione per ridare lustro alla sua figura, da tempo dimenticata.

Francesca Pacca e Simone Giallongo hanno dato voce ad alcune pagine significative del romanzo.

Il Maestro Salvo Amore e Giancarlo Miccichè hanno sostenuto la conversazione con due canzoni napoletane dell’epoca, di quelle che Amelia ascoltava con il suo grammofono a manovella: ‘O Surdato ‘nnamurato e Canzuna Appassiunata.

Con il brano La Puisia della Compagnia di Encelado Superbo hanno reso omaggio al poeta di strada Ciccio Carrà Tringali, anch’esso presente nel romanzo.

Infine hanno eseguito una magistrale interpretazione della serenata mattutina E vui durmiti ancora, in omaggio a Giusy Sciacca, al suo romanzo e Amelia Di Stefano.

Un affettuoso abbraccio dei partecipanti con le copie del libro in mano da farsi dedicare ha chiuso una serata davvero indimenticabile.

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2 pensieri su “La voce del padrone – D’amore e di rabbia di Giusy Sciacca – Neri Pozza”

  1. Si, è stata una bella serata, sia per le cose che si sono viste, sia per quelle che si sono dette. Certo, meritoriamente, un ruolo protagonistico non può non essere riconosciuto a Giusy Sciacca, autrice di un libro che ci riporta ad un periodo storico che ha segnato indelebilmente la vita della nostra città, luogo nativo di straordinari talenti intellettuali e culturali (appartenenti ad un passato remoto sempre vivo e ispiratore di un presente che non lo vuole consapevolmente tradire), ma anche di recenti e intelligenti risorse letterarie, che continuano ad onorare una tradizione nella quale Lentini e Carlentini riescono ad eccellere. E Giusy Sciacca ieri sera, con misura ed empatica sensibilità personale, è riuscita ad incarnare proprio tale tradizione. Senza il suo libro, la serata di cui parliamo non ci sarebbe stata.
    Sarei ripetitivo, inoltre, se dovessi riprendere i contributi, già con tatto e bravura citati dall’ autrice, che hanno arricchito qualitativamente l’appuntamento in questione, perché sicuramente costruito con passione, gusto, efficienza e apprezzabile ideazione organizzativa, ma mi sembra giusto ricordare, in modo particolare, anche l’ammaliante conduzione discorsiva con la quale Giuseppe Costa ha saputo accompagnare, integrandola con sapienti aneddoti narrativi, la conversazione con l’autrice. Una serata, insomma, da non dimenticare.

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