Daniele Silvestri si siede sul suo trono – Disco X di Daniele Silvestri

Quante volte abbiamo osservato la scuola romana indie di questi anni, dei suoi 126 gradini.

Quante volte abbiamo riconosciuto che tra i numi tutelari, nel Pantheon di questa scuola, un posto d’onore spetta a Daniele Silvestri.

Venerdì 9 giugno Daniele Silvestri ha pubblicato il suo decimo album, Disco X appunto, e con questo disco ha rivendicato e si è assiso su quel trono.

Già dalla Intro la parata degli ospiti voluti fortemente in questa avventura sfila come n una sarabanda felliniana a stilare pezzo a pezzo il manifesto programmatico di questo Disco X.

Fulminacci, Franchino, Wrongonyou, Selton, Giorgia e Eva, Frankie Hi nrg, e l’ironia tutta romana di Emanuela Fanelli.

Ognuno presta una strofa, alcune barre, a questo manifesto (tranne Franco 126, che confessa la sua indolenza e della scusa di non aver avuto il tempo fa la sua strofa).

Quasi una We are The World alla carbonara.

Dice Silvestri nel suo manifesto introduttivo, e ripete nelle sue interviste, che questo disco non ha, non vuole avere un messaggio, non vuole dimostrare il consueto impegno civile, politico. Daniele vuole raccontare storie, così senza per forza guidare una campagna politica con queste storie. Non se la sente più di fare il capopopolo, semmai lo fosse stato.

Quindi storie, storielle, pezzi di vita, di letteratura musicati.

Che volano sugli ascoltatori come gabbiani senza farsi troppi scrupoli.

Il talento dei gabbiani sta proprio nella gioia di volare, senza una meta, senza un obiettivo. Volare per la gioia di volare.

Un preteso e sbandierato low profile, condiviso con Selton, tanto manifesto quanto sospetto.

Il singolo anticipatore del disco che abbiamo già imparato ad ascoltare è una ballatetta stilnovista, una dichiarazione d’amore tipica del primo Silvestri. Tutta. Rime baciate vergate sullo specchio del bagno con un rossetto blu. Ma tanta dedizione, tanto amore, tanta devozione medievale si scontrano con una spoetizzante Fanelli che si lamenta che gli hanno consumato il rossetto blu per scrivere stupidaggini sullo specchio, che per giunta deve pulire lei evitando i fastidiosissimi aloni. Sic transit amor mundi…

La severa condanna dell’ipocrisia del brano L’uomo nello specchio, rimbalza Up in the Sky, aiutato da David Shorty.

L’amore controverso non condiviso caratterizza anche la disperata ironia dell’amante che per non soffrire una ingiustificabile separazione dalla donna amata (vedi sopra alla voce stilnovismo) si rifugia nella consueta ironia di Daniele che attribuisce ad un fantomatico fonico incapace la colpa delle incomprensioni e degli errori di comunicazione. Colpa del fonico.

Un disperato individualismo, una ricercata minoranza per autonoma decisione costruisce la metafora del Cinema d’essai, un cinema di fatto deserto, che a nessuno viene voglia di frequentare: troppo difficili i film che vi proiettano, troppo impegnativo il dibattito che ne seguirebbe. Orgogliosamente aristocratica la voce di Giorgia che torna a essere la Todrani con la pelle nera e danza su questo Blues della minoranza, alternando i suoi vocalizzi agli assoli della tromba.

E chi non capisce il jazz si fotta…

Dice che non vuole lanciare messaggi politici, ma poi se lo scorda e rivendica che ogni bambino del mondo è un bambino suo, cantando dei bambini stritolati dalle guerre di ogni dove e di ogni tempo. In terzetto con Frankie Hi nrg e Wrongonyou nella delicata e struggente While the children play, cavalcata electro country.

Non scherza neppure quando canta della triste storia zingaresca dall’epilogo tragico tra le fiamme di Mar Ciai, con le incursioni gitane di Eva.

Non manca neppure la svelata Ghost Track. Da quando la musica e gli album hanno anche una dimensione digitale, le tracce fantasma non puoi più nasconderle nei microsolchi del vinile. Allora tanto vale esplicitarle fin dai titoli e dalle note di copertina. Ghost solo di nome.

Non rimane segreta, ghost, neppure la mia preferita. Tradisco certamente la mia preferenza parlando per ultima della canzone che secondo me sta come la perla nel guscio di questo album.

La canzone condivisa con Franco 126. La canzone paradigmatica di tutto l’album. Di tutta l’operazione, del suo preteso low profile. Bella come stai.

Un reggae molto urban, un reggae tutto dentro il raccordo, accompagna questa surreale conversazione a distanza con una ex andata via, una ex ancora molto amata, a cui raccontare quello che sta cambiando, come sta cambiando la città di Roma.

Il cantare strascicato, un po’ buttato via come spesso fa l’indie di Roma est, accomuna Franchino e Daniele, rivelando, molto di più del resto, i legami e i collegamenti tra Silvestri e la scuola romana dei 126 gradini.

Ma ascoltando più volte la canzone qualcosa in più emerge. Lo abbiamo già capito che il profilo basso del manifesto è una truffa, il modo per farci abbassare le difese e fare in modo che arrivi fino in fondo quello che questi romani ci vogliono dire.

Questa Bella che sta sotto il cielo di Milano non vuole tornare a Roma. E fa bene a non tornare, visto che intorno tutto sta crollando, come fossimo nel decadente mondo del film Siccità.

Ascoltando con attenzione però, questa Bella che non torna, non è una delle tante ex, degli amori mancati, buttati via di Franchino. È Roma stessa, l’idea di Roma, la città sulle cui strade, sui cui gradini, sono cresciuti i suoi cantori.

L’anima stessa di Roma è andata via, tanto che anch’io non sembro più io, cantano Daniè e Franchì.

Allora forse serviva un Disco X, un disco di storie, senza pretese, che rimettesse insieme, che restituisse alla città l’anima di Roma, di Trastevere, della sua musica, dei suoi gradini.

E solo il Re, il dio assiso nel Pantheon, poteva compierla questa operazione.

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