Lentini provincia di Macondo – Memorie della casa terrana di Nino Tribulato – Tralerighe libri

Con questo fatto del prefisso telefonico 095 a Lentini si sono montati la testa. Snobbano la provincia di Siracusa e si sentono provincia di Catania.

Di fatto sono anche più vicini a Catania e risentono forse di più degli eventi etnei che di quelli iblei o aretusei.

Nino Tribulato è un lentinese doc, da numerose generazioni. È anche un avvocato affermato, con una reputazione professionale invidiabile.

Alla fine del 2022, senza alcun preavviso, ha dato alle stampe un suo libro, un romanzo, il suo primo romanzo.

Memorie della casa terrana. Tralerighe Libri.

Corposo, ben oltre 400 pagine. Ricco e sontuoso, arredato di tutto punto letterariamente.

Scavando e risalendo per li rami della sua famiglia di quasi mezzo millennio, racconta con inattesa facondia delle vicende intrecciate delle famiglie a cui deve l’origine: le famiglie Guzzardi e Mazzara, e di una famiglia inventata, gli Alessi.

Il fulcro di partenza è la casa terrana abitata dalla sua antenata Donna Sofia Mazzara e da suo nipote Antonio Guzzardi insieme alla moglie Enrichetta Alessi, con il loro primogenito Jacopo Guzzardi, a cui si deve il rilancio della famiglia fino al piccolo Nino.

Mi diletto di genealogia, ho ricostruito il mio albero genealogico fino allo stesso periodo che ha raggiunto Nino Tribulato, la seconda metà del Seicento. Ho ritrovato tante tracce di vita tra gli atti ufficiali (nascite, matrimoni, e morti), ma non ho avuto lo stesso spirito vitale dell’autore che ha innescato una gustosa narrazione fantastica ridando piena vitalità a tutte quelle carte, a tutte quelle date.

Da subito veniamo avvolti dalla magia dei personaggi, delle loro peculiari caratteristiche, incredibili, favolistiche.

Le due gemelle Alessi, Enrichetta e Lucrezia che attraverseranno tutto il romanzo con le loro diversissime potenzialità. Quieta, solare e vitale, con i fianchi che odorano di paglia marina, la prima; agitata, offuscata, in balia degli eventi, ma ostinata a dominarli, la seconda.

Personaggi incredibili, protagoniste assolute, che incidono sugli altri con la forza di un diamante sul vetro.

Don Saverio e Donna Peppina, i loro genitori, ostaggio delle manie e delle impetuosità delle loro figlie.

Pietro il santone, Diego, l’innamorato con gli occhi torti dentro che fuori non si vedono.

Antonio Guzzardi, il medico, figlio di Don Gioacchino, nipote di Donna Sofia Mazzara, protagonista di vari manéggi per maritare, smaritare, e poi rimaritare, con le sorelle Alessi. Quadretti degni di riproduzione cinematografica o televisiva le vicende paramatrimoniali del giovane medico, che dovrà affrontare anche una camminata attraverso il deserto in cui è piombata la sua esistenza fino all’anno Rocca di Sperlinga per riprendersi la vita.

Donna Sofia Mazzara, scandalosa fino alle soglie dell’anzianità, testardamente abbarbicata al nome della sua famiglia, ai beni, alla casa terrana.

Intorno ricorrono altri personaggi, come Sasà Mazzara, Alessandro, fratello turbolento di Donna Sofia, viaggiatore impenitente, che si illude di ritrovare il suo Eden con la sua Sarina.

Don Fernando, di Donna Sofia amante e sposo, che si lascia morire d’amore, davvero in un modo inconsueto, ma forse la vera e unica morte per amore.

Non va trascurato il personaggio più curioso, una sorta di coro tragico greco, Filippo Boccadifuoco, abitante della piazza del Mercato, filosofo e sapiente, che elargisce consigli e moniti, più spesso inascoltato che seguito.

Non mancano i fantasmi, quelli veri, non solo quelli evocati dall’autore. Enrichetta parla con loro, apprende da loro, passato e futuro delle vite della comunità. Don Consalvo, con il suo sauro dorato, Don Francesco, e tutti gli altri che oscillano tra la conquistata leggerezza della immaterialità e la nostalgia della pesantezza della realtà.

Il tono letterario del romanzo è vario e intricato, mostra parecchie influenze. Troviamo il tono manzoniano, con il latinorum, il leguleio, le vicende della peste, i dialoghi del popolo, la vita della piazza.

Troviamo il realismo magico con tanti ascendenti, le farfalle, i fantasmi, la sensualità miele e fuoco, le passioni e la magia degli eventi, che ricorrono e ricorrono e ricorrono.

Persino un accenno di tammurriata nera, con sortilegi afroabissini che giustifichino una prole dall’incarnato troppo cotto.

Da buon avvocato l’autore ci diletta con una porzione legal thriller, con tanto di udienza, circa una contestata successione.

La madre terra si impone sulle vite degli uomini. Nello scorcio di quasi cinquant’anni si abbattono sul borgo dei ventidue campanili, eruzioni vulcaniche, peste, pirati, più o meno effettivi, e terremoti.

La vicenda principale che lega tutti gli eventi, tutte le storie, tutti i personaggi con diversa applicazione, è l’eterna lotta tra Eros e Thanatos.

Ognuno a suo modo, tutti i personaggi di questa vicenda vivono secondo gli impulsi di Eros, assecondano o cavalcano la sensualità delle passioni, l’ostinazione della vitalità, lottando contro ogni ostacolo. Ma per tutti arriva la certezza della fine, l’incombenza di Thanatos, che scombina i piani di tutti, vestendosi delle varie forme che decide di assumere, anche con una certa ironia, per sorprendere le donne e gli uomini tra piazza e cattedrale.

Tornando alla riduzione cinematografica auspicata, la colonna sonora, almeno dei titoli di coda potrebbe benissimo essere la hit estiva falsamente gioiosa di Colapesce e Dimartino:

Considera che tutto può finire
Lo sai che mi deprimo, ma con stile
…
Ma in fondo stare insieme questa sera cos'è?
Una manciata di stelle davanti a questo disordine

Abbiamo già detto che l’autore da buon avvocato ci delizia con un episodio giuridico davvero manzoniano con annesso latinorum. Ma la sua natura divina di avvocato, apollinea come nelle Eumenidi di Eschilo – lo dice lui stesso, o meglio lo fa dire al giureconsulto Zorzi – si intravede in tutto il romanzo, ne costituisce la trama del tessuto.

Tutte le pagine sono un’arringa, forse la sua migliore arringa, di difesa della vita, di Eros, che se può soccombere a Thanatos in qualche episodica vicenda, fluisce e scorre, alimenta vene e muscoli, suggerisce scelte e opera cambiamenti, e sconfigge anche il terremoto, sì proprio quello, dell’11 gennaio 1693, che ha segnato la rinascita della nostra terra, qui rappresentata dal giovane Jacopo come dicevamo.

Può crollare la casa terrana, fulcro e culla di tutto, ma ricostruiremo un palazzo e la vita vincerà.

Se dovessi citare tutte le parti che ho sottolineato di questo libro, rischierei di ricopiarlo quasi tutto. Mi limito a una sola citazione, non a caso parole del grillo parlante, di Filippo Boccadifuoco, riferite proprio al terremoto del 1693:

“L’assenza della memoria e dei ricordi, che si fanno affondare nell’ombra” pontificava “è uno dei frutti più nocivi dei limiti dell’uomo. Come al solito, il cervello umano registra solo quello che gli è necessario e gli fa comodo, dimenticando le esperienze negative e quelle, a suo parere, inutili. Funziona ogni volta così, come una specie di ‘balsamo miracoloso’ per i problemi quotidiani della gente. E tutti vogliono dimenticare i segni del passato!”

Questa è la linea di difesa dell’arringa. La vita vince nonostante queste dimenticanze, forse proprio perché sa dimenticare le sconfitte subite.

Si trascura la prudenza, ma si superano i limiti e si compiono i miracoli, si avverano le magie.

Con questo spirito magico, con gli odori, i suoni, i profumi, i fianchi di Enrichetta che sanno di paglia marina, Nino Tribulato scioglie anche il dilemma della provincia. Tra Siracusa e Catania sceglie senza indugio e colloca la sua piccola città, la sua Lentini, definitivamente in provincia di Macondo.

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