Certamente la motivazione è anagrafica.
Sembrano pochi, ma cinque, sei o sette anni di differenza durante l’adolescenza possono essere dirimenti.

Non ci sono nell’elenco lungo più di dieci pagine di nomi all’inizio del nuovo libro di Fabio Granata, Siracusa Pop, settima perla delle edizioni Apalòs, del sempre più temerario Silvio Aparo.
Non ci sono neanche lungo le decine di pagine del racconto della Siracusa del cinquantennio scorso.
Non è una dimenticanza, un errore, come quella di Savi Martinez, taciuto come appassionato giocatore di calcio, come ha rivelato Granata venerdì alla partecipata presentazione a Villa Reimann. (Aggiungerei, taciuto anche come pioniere degli agognati e desiderati Camperos, mai indossati per irremovibile ostracismo materno).

Non ci sono perché Fabio Granata non mi ha mai visto.
Io lo conoscevo, lo riconoscevo, lo temevo pure, per questa sua attitudine ai corpo a corpo, che racconta liberamente in questo libro.
Lui non mi vedeva. Ero più piccolo, ero insignificante. La mia idea di militanza politica, di attività politica era molto meno esposta, meno combattuta strada per strada, notte per notte, e diversa, molto diversa.
La mia massima esibizione fu denunciare a una incolpevole ministra della pubblica istruzione, Falcucci, l’incoerenza dell’educazione alla legalità e alla pace rispetto alle prassi della politica regionale e nazionale. Un evento cittadino, di cui certamente Granata non si accorse.
Lui non mi vedeva ma io c’ero.
C’ero bambino sulla spiaggia quando si tagliò il piede.
Entrai per caso quando da Pintaldi (ma poteva anche essere Gallettini) provava gli abiti nuovi per le sue prime sedute da parlamentare.
Non sono nell’elenco, non sono nel libro, ma quella Siracusa, nonostante i sei o sette anni di differenza anagrafica, era la mia. È la mia.
Anch’io vestivo da Ultimoda, ero affezionatissimo ad Aldo Marangoni, sono ancora fraterno amico, di un’amicizia indissolubile, con il fratello minore di Savi, Massimo, e il suo inseparabile amico Chicco.
Al Manhattan io ci andavo a ballare, ma con i miei genitori, inarrestabili ballerini, non siracusani, ma che anch’essi scelsero Siracusa per farmi nascere. Poi continuai a frequentarlo come cinema, il Golden.
Anch’io frequentavo Piazza Adda, anche se ho capito che forse sbagliavo collocazione geopolitica. Mi trovavo spesso al Bar de France di Enrico, ci scappava sempre l’arancino allo zafferano di Zito al Bar Splendor.
Pur essendo irrimediabilmente e radicalmente di sinistra (non estrema, nè guerrigliera) e pur essendo einaudino, stazionavo nell’angolo sbagliato secondo la mappatura di Granata. (Ripensandoci temo che forse mi sarebbe toccato l’angolo dei torpi, per alcune scelte di abbigliamento discutibili).
Anch’io vivevo l’estate a Fontane Bianche, ma alla Bussola entravo solo con l’assenso, raro, di Don Vincenzo. Io vivevo alle Grotte, dove provavamo a fare concorrenza alla Bussola, con film e discoteca, e dove si tenne la prima Festa Malva, a totale insaputa dei condomini.
Ogni tanto sconfinavo al Selenia.
Tra Frisio (Trocadero) e Gino e gelateria davanti al Sayonara si snodavano anche le mie estati.
Con lo sport il mio rapporto è stato sempre conflittuale, anche se ho provato l’ebbrezza di essere scaraventato in piscina il primo giorno di lezioni di nuoto. Il mio scaraventatore non era però slavo, era siracusanissimo, Angelo Aglianò, istruttore della Cittadella, già calciatore dell’Idria di Francofonte.
Anch’io mi trovavo dentro a un auto che planò ai Pantanelli e si inabissò nelle acque costiere, da cui ci salvammo per il rotto della cuffia (due dei quattro componenti dell’equipaggio erano orgogliosamente e dichiaratamente missini, a conferma della sostanziale fluidità politica cittadina).

Come dimostrano queste poche note così autoreferenziali che non vogliono e non possono meritare il titolo di recensione, il racconto pop, personalissimo, orientato politicamente di Fabio Granata, della nostra Siracusa Pop, utilizza la sua memoria per offrire uno specchio a tutti noi, per sollecitare la nostra stessa memoria (come in maniera non richiesta e abusiva sto facendo io). Anche con la sua parziale visione, parzialissima, e non solo politicamente, Granata racconta di tutti noi, di questa Siracusa che abbiamo amato e che ancora amiamo, nonostante tutto.
L’operazione è riuscita, come ha dimostrato la nutrita partecipazione alla presentazione di venerdì.
La lettura cattura e sollecita.
Forse rimane troppo legata a questo spazio geopolitico. Non esce da un ipotetico raccordo tangenziale alla provincia. Non riesce ad assumere valore paradigmatico, ma probabilmente non era questo il fine dell’autore.

Un’altra occasione mi ha visto presente con Fabio Granata, sempre senza che lui se ne accorgesse. Un’occasione che lui non racconta forse perché appartiene a un decennio successivo.
Granata, insieme a Ferdinando Adornato e a Enzo Bianco ci riunì al teatro Vasquez per lanciare un progetto: Verso Alleanza Democratica.
Sono andato, ho ascoltato, ho creduto.
Ho versato diecimila lire dentro l’urna delle offerte, così come richiesto dal palco. Un capitale per uno studente figlio unico di madre vedova.
Non ne seppi più niente.
L’unico vero danno che ho ricevuto personalmente da Fabio Granata, ma sempre a sua insaputa…
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