Come è stato ricordato anche nell’ultima affettuosa presentazione lentinese del mio libretto, ho iniziato a leggere molto presto. Tra l’altro ho iniziato molto presto a leggere anche in siciliano. Grazie a questo particolare poi ho avuto poche incertezze nella pronuncia e nella grafia del dialetto siciliano.
Le prime letture in dialetto furono i volumi con brossura rossa della Casa Editrice D’anna di Messina che racchiudevano tutto il teatro di Nino Martoglio in tre volumi e la imprescindibile Centona, la raccolta di poesie di Martoglio.
Sempre nella stessa occasione lentinese la poetessa menenina Santina Lazzara ha ricordato che l’abitudine dei miei genitori di condividere con me tutte le occasioni di svago e divertimento, e stimolo culturale, senza preoccuparsi della mia età, degli orari e di tutte le altre cautele che gli altri genitori scrupolosamente osservano, ha precocemente arricchito la mia fame di cultura (proprio negli anni in cui la mente si poteva plasmare facilmente).

Quindi moltiplicava l’effetto risonante la lettura (spesso ad alta voce per finire a ridere da solo ascoltandomi pronunciare le battute) delle pagine dei copioni di Martoglio e assistere alle varie repliche degli stessi lavori teatrali proprio a teatro negli allestimenti del glorioso Teatro Stabile di Catania.
Nella mia infanzia e adolescenza ciò avveniva al Teatro Vasquez, non ancora la multisala di oggi.
Tra i testi teatrali uno dei preferiti era Voculanzicula, il termine dialettale per indicare l’altalena, che faceva da titolo nella raccolta Teatro III, insieme al Marchese di Ruvolito.
Se il Marchese fu rappresentato poco (anche se ricordo ancora le scenate di Donna Prazzita), Voculanzicula fu rappresentato molte volte anche se sempre con il nome italianizzato: L’altalena.

In particolare ricordo un allestimento che vantava uno smagliante Turi Ferro nella parte di Nino, il giovane di sala da barba, a cui aggiungeva una ambiguità pirandelliana, che nel testo non si coglieva, che volgeva in umorismo raffinato la comicità spontanea del personaggio. Tuccio Musumeci faceva Pitirru, ‘u giuvini di barberi socialista, con una carica comica esplosiva e inarrestabile.
Venerdì 20 ottobre al Teatro Massimo Città di Siracusa con la emozionata presentazione del direttore artistico Orazio Torrisi è finalmente partita la stagione teatrale a Siracusa. Dico finalmente perché il teatro mancava da troppi anni a Siracusa. Da questo teatro comunale, elegante di stucchi e decori, mancava poi da oltre sessant’anni.

Il debutto è stato affidato proprio all’allestimento del Teatro Stabile di Catania de “L’Altalena” di Martoglio.
Abbiamo ancora rivisto il cravattino rosso socialista di Pitirru indossato da Tuccio Musumeci che non sembra risentire neanche di uno degli anni trascorsi dalla sua prima interpretazione.

Abbiamo rivisto Miko Magistro nella parte di Nino, con una carica comica davvero espressiva.

Anche gli altri attori più giovani non hanno fatto rimpiangere i tanti comprimari che nel tempo hanno arricchito il vivaio del glorioso Teatro Stabile di Catania.
Nel terzo atto la vena di follia della za Sara, majara dalle parole mammalucchine, che fu impressa nella nostra memoria dalla indimenticabile Maria Tolu, è stata arricchita dallo sforzo smisurato di Guja Jelo, dal suo grammelot di scongiuri, jastime, e brontolii.

Devo dire che questa opera di Martoglio meriterebbe di essere sempre chiamata Voculanzicula, anziché nella sua italianizzazione. Infatti il testo, cui fedelmente si sono attenuti nell’allestimento di venerdì (almeno secondo la mia memoria che mi riportava alle labbra tante battute, quasi anticipando il palcoscenico), è davvero ricco di parole ed espressioni “mammalucchine”, evocative cioè di un dialetto smarrito, di un dialetto catanese, intrinsecamente teatrale, naturalmente teatrale, a vocazione teatrale.

Parole ed espressioni che mi incuriosivano e divertivano, e che offrivano a papà l’occasione di spiegarmi, di raccontarmi la sua cultura oriunda, su cui così spesso ritorno oggi.
A questa commedia devo anche la figura mitologica della sala da barba come centro culturale e musicale di un paese, che ho trasposto negli aneddoti sul mio barbiere rock che ha alimentato alcuni post di questo blog.

Da questa commedia potrebbe ripartire (o meglio partire) una riflessione che rielabori in maniera più globale e approfondita il ruolo e i meriti di Nino Martoglio, uomo di teatro, poeta, scrittore, anima di una cultura popolare siciliana, catanese, che ha fatto la storia del teatro.

Tornare dopo tanto tempo in un teatro con le poltrone rosse, gli stucchi e i palchi, con i tanti appassionati di teatro, con gli altrettanti che partecipano agli incontri teatrali solo per presenzialismo, (ma, intanto, ci sono e godono di questa straordinaria realtà di inganno e di consapevolezza che è il teatro), tornare a ridere con Nino e Pitirru, con Tuccio Musumeci, Miko Magistro e Guja Jelo, in particolare per me, per la mia memoria oriunda, è stato proprio come affacciarsi a una stanza piena di amici ritrovati e dire loro:
Allora, dove eravamo rimasti?
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