Una fiction “oriunda” – Mina Settembre – Terza stagione – Raiuno

Si avvia alla conclusione trionfalmente la terza stagione di Mina Settembre. Punte di ascolti da Festivàl, gradimento altissimo (almeno nel mio piccolo microcosmo).

Ci sono molte ragioni che giustificano questo successo e spingono sempre più in alto gli indici di questa serie tv.

La scrittura di De Giovanni che ha pensato, elaborato, scritto e dato vita a questa particolare vista su Napoli, che passa da un consultorio Asp, con medici, ginecologi e una assistente sociale che con il suo cappotto rosso, iconicamente fiabesco, passa tra pozzanghere e scooter senza casco, a raccogliere istanze e bisogni. La penna di De Giovanni ha creato altre saghe, altri mondi concreti e poetici, anche tra la violenza, ma questo di Mina Settembre regala un surplus di umanità e di teatro, che consegna all’eternità la cartolina di una Napoli vera e contraddittoria.

Gli sceneggiatori Fabrizio Cestaro, Fabrizia Midolla, Costanza Durante e per questa ultima stagione Gaia Rispoli, Simona Giordano e Paolo Piccirillo hanno trasposto sullo schermo anche la poeticità di quelle pozzanghere, e la esuberanza umana e appassionata di guidare lo scooter senza casco.

La storia che si arricchisce a ogni stagione di spunti, di personaggi, di storie che rendono viva l’attenzione degli spettatori e fanno crescere l’attesa di ogni nuova puntata.

Il cast strepitoso in ogni piccolo ruolo, una vera e propria compagnia di teatro, con il marchio della tradizione di Eduardo. Marina Confalone che ha lasciato il testimone a Marisa Laurito. Pasotti, Christine Filangieri, l’incredibile Nando Paone, e la giovanissima Lila alla seconda prova: Ludovica Nasti. E in questa terza stagione i felicissimi innesti di Chiara Russo, con il suo risuonare panormita che completa il Regno delle Due Sicilie di questa fiction, e di Erasmo Genzini, irresistibile adorabile canaglia.

La sensualità virile, anche se usa lo scooter con il casco, di Giuseppe Zeno.

Il sorriso, la contagiosa umanità, la bellezza mediterranea, la credibilità di una Serena Rossi in stato di grazia, che ha definitivamente prestato i suoi occhi a questa Napoli vagamente cozy, portando con sé, ma affrancandosi al tempo stesso, la trascinante simpatia di Un Posto al Sole.

Tutte queste ragioni già bastano a spiegare tutto il successo, e, comunemente, cosi ce lo spieghiamo tutti.

Ma Gingolph ha sempre un orecchio particolare alla musica, alla musica oriunda in particolare. Forse sottovalutiamo un fattore di innesco che agisce da preparatore delle papille gustative televisive e da memoria delle sensazioni di piacere nel tempo che trascorre tra una puntata e l’altra, tra una domenica e l’altra: la musica. In particolare la sigla di inizio con la sequenza delle foto di Serena/Mina da impertinente picciridda a seducente giovane partenopea: Una notte a Napoli, nella rutilante originale interpretazione di Pink Martini.

Una notte a Napoli è una canzone che risuona dentro l’animo dell’ascoltatore come un brano della migliore tradizione italiana, magari risalente a circa cinquant’anni fa. Lo immaginiamo con una voce alla Caterina Valente, cullato su un ritmo bossa nova che lo porti al di là dell’Oceano a ingrossare le fila dei tanti successi italiani che hanno fatto impazzire gli americani.

In verità risale soltanto al 2004, è di questo terzo millennio. Lo si deve agli autori China Forbes e Thomas Lauderdale che con il nome di Pink Martini hanno, invece fatto il percorso inverso da Ellis Island al Golfo di Napoli. Gli americanissimi autori della band lounge, per questo brano hanno richiesto la collaborazione al testo di Alba Clemente. Si trova nel loro secondo album Hang on Little Tomato! che strizza l’occhio alla nota pubblicità di sessant’anni prima.

Un ritmo latino trascinante e dolente che solletica i piedi fin dalla prima nota accompagna un testo altrettanto dolente: una nuova Historia de un Amor appassionata e dolorosa. Dolorosa nell’acme della felicità, dolorosa nell’atterraggio disilluso. Una storia che perfettamente ed emblematicamente riassume le storie partenopee di questa serie accattivante.

Una notte a Napoli
con la luna e il mare
ho incontrato un angelo
che non poteva più volar

Una notte a Napoli
delle stelle si scordò
e anche senza ali
in cielo mi portò

Due animi diversi e incompleti, per una singolare metafora confusa, si innalzano dal golfo di Napoli (e da dove sennò) verso il cielo, anche senza ali.

Il realismo, però, anche se magico come promettono questi versi, deve fare i conti con i dati di realtà. Al di fuori del notissimo bridge ci sono dei versi che mettono in guardia dall’illudersi.

Quanto tempo può durare?
Quante notti da sognare?
Quante ore, quanti giorni
E carezze infinite

Quindi la lezione, l’insegnamento, l’invito. 

Quando ami da morire
Chiudi gli occhi e non pensare
Il tempo passa, l'amore scompare
E la danza finirà!

Vivamus, Mea Lesbia, atque amemus.

Amare senza pensare, amare senza temere, senza paura che finirà, tanto finirà.

Queste note e questi versi predispongono lo spettatore alle storie umane e di vita che comunque vivono dentro l’emisfero dell’amore, ignorando l’emisfero della libertà, che è il tratto caratterizzante della Napoli di Mina Settembre, come già Luciano De Crescenzo e Bellavista ci avevano insegnato.

Il gancio, lo spirito, la girandola emotiva del volo in cielo con un angelo senza ali, contribuiscono al successo della serie, in armonia con tutti gli altri elementi già raccontati.

Una notte a Napoli fu anche fortunata colonna sonora di un film amatissimo: Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, che mia mamma non arrivò a vedere, pur amando e ascoltando senza soste quella canzone, a casa, in auto, ovunque.

Probabilmente il film del cineasta italo turco ha fatto da ponte tra Usa, Napoli e Turchia. In questi giorni riascoltando i Pink Martini tra una domenica e l’altra per tenere alta la tensione emotiva tra le puntate, ho incrociato la mia navigazione web con una versione particolarmente intrigante, particolarmente densa di saudade, e risonante di consapevolezza e saggezza egea, greco orientale, turca. 

Questa versione scava dentro la mia bocca dell’anima e mi spinge a ballare dolente e avvolgente, come dentro una coperta che riscaldi il cuore e aiuti a superare le ferite. Due chitarre, percussioni, voce e sax penetrante, che diffonde tragedia a tratti dentro la malinconia. Una versione che attribuisce una dimensione pienamente “oriunda”, al pezzo americano da cocktail bar di venti anni fa.

La versione è registrata da una sconosciuta artista di Istanbul che risponde al nome di Sophia Acosta. Nonostante le mie ricerche, non trovo notizie o immagini di Sophia Acosta. 

A completare il mistero su questa versione turca ho trovato un’altra versione di Una notte a Napoli, della band di un’altra artista turca: Burcin Cingoz. 

L’ascolto comparato di entrambe le versioni è sorprendente: sono identiche. Arrangiamenti, voce, strumenti, inserti, durata sono perfettamente sovrapponibili (vi lascio entrambi i link per  verificare anche voi).

Quando c’è di mezzo la musica “oriunda” e cantanti straniere dal cognome simile al mio, il riflesso condizionato agisce senza freni. Ho scritto a Burcin. Chissà se non siano la stessa persona e Sophia Acosta non sia il suo nuovo nome d’arte.

Vi farò sapere…

Per ascoltare l’originale di Pink Martini appuntamento stasera su Raiuno per l’inizio di Mina Settembre.

Sophia Acosta
Burcin Gingoz
Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri
📚

Gingolph arriva anche su WhatsApp

Ogni volta che su Gingolph nasce qualcosa di nuovo, te lo faccio sapere con un messaggio.

📲 Iscriviti al canale

Gratuito. Nessuna pubblicità. Solo libri, autori, recensioni e appuntamenti culturali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *