Don Peppino de la fera – Terra antica di Genti e di Giganti – Giuseppe Cardello – Fondazione Mario Luzi Editore

Un curioso Don Chisciotte, a bordo di un duetto Spider rosso fiammante, guidato dal fido Sancho, con la lancia puntata sul piccolo sedile posteriore, come Gassman e Trintignant nel ferragosto romano straniante di oltre sessant’anni fa, pronti a sorpassare chiunque, sclacsonando in terzine ascendenti.

Questa immagine racchiude e consacra più di quarant’anni di poesia, mezzo secolo lancia in resta, di poesia che, sbruffona, tenta di raggirare e circuire una realtà sempre infida e inaffidabile. Rodomontesca vuole disvelare i trucchi e i tranelli di una società nemica della stessa terra che la ospita.

Una Terra maiuscola, fatta di genti e di giganti, una Terra nelle cui viscere sedimenta una cultura millenaria da cui sono germogliati Giganti, da cui sono emerse Genti, che il mito hanno abitato, il mito hanno creato.

Una Terra che richiede un supplemento di tensione civile, un supplemento di cura affettuosa, che richiede uno smisurato e incondizionato amore per concentrarsi sui Giganti che l’hanno abitata e non farsi distrarre dagli sciacalli, dalle iene, dai lupi di passo che hanno sempre provato a sottometterla, a stuprarla, senza riuscire a silenziare mai la sua voce, che è la voce della Poesia.

La Poesia del Maestro Cardello, che ancora una volta sale in sella al suo Ronzinante, rosso cabriolet e a benzina, e torna a masticare questa nostra Terra martoriata, sputando da un lato la cera, per mostrarcene dall’altro il miele, privo del sapore amaro del fiele, come solo la sua Poesia ha imparato a fare in questo mezzo secolo.

La Fondazione Mario Luzi ha visto lungo e ha dato alle stampe questa ultima fatica di Giuseppe Cardello, Terra antica di genti e giganti, pluripremiato cantore di Sicilia, un pueta.

Dopo aver analizzato, studiato e goduto della poesia del Maestro in simbiosi con le altre forme creative a cui ha offerto linfa e sangue, fa uno strano effetto tornare a confrontare la propria anima e la propria sensibilità con la unicità del verso, con la significatività della parola come unica lente per inquadrare la complessità.

Eppure è benefica questa occasione, ci consente di concentrarci e guardare direttamente dentro la forza di questi versi, taglienti e misurati. Di coglierne appieno tutte le sfumature, anche quelle che venivano assorbite dai riflessi nella musica, nella tela o negli scatti nel gioco dei rimandi.

Ci troviamo così al cospetto di una Sicilia con tante pagine, con i suoi nuovi ospiti, che diventa Friuli per un’enigma senza pace, che risuona di blues e jazz, dei sogni di Bufalino.

“Gesualdo e, come d’incanto, i viaggi nel sogno” 

Al cospetto della voce di un poeta errante, cavaliere indomito, che nel suo sguardo trasognato vede la verità che Ciccio non sa vedere.

“in ogni tuo respiro c’è l’eco dei miti che non finiranno mai” 

sussurra il Poeta, che con la sua voce canta di 

“cose che arrivano all’anima senza il bisogno delle giuste parole”,.

Sono le sue le parole giuste, sono quelle del Poeta.

“Abbiamo ancora bisogno di scrivere versi
e suonare e cantare la vita che scorre
abbiamo ancora bisogno di sentieri e misteri
e sognare e viaggiare nel tempo infinito”.

Noi abbiamo bisogno di leggere questi versi, noi abbiamo ancora bisogno di cantare e di suonare, di seguire sentieri, di attraversare misteri, sognare e viaggiare. Cosa sarebbe la vita senza questa gioia difficoltosa, senza questa scalata verso l’ineffabile, che i versi del Poeta ci offrono, ancora e ancora, naturalmente, come un respiro, come un sorso di acqua da un bicchiere capiente, come un frutto succoso appena colto.

Cardello ci aiuta con i suoi versi a trasformare la vita che scorre in un sogno infinito, e già solo per questo gli potremmo essere grati.

Un sogno infinito, perché inizia da lontano, tanto lontano, che quasi non ne scorgiamo più  l’origine e punta verso il futuro, così futuro da non crederci ancora.

Così guardando alla Sicilia e i suoi segni il Poeta, incide e scolpisce nella pietra il mito della fondazione e la storia che ne ha curato gli sviluppi.

“ogni pietra del tuo suolo è una pagina e racconta chi sei stata
il sangue che nel tempo hai versato per tante mani sconosciute”

E ancora:

“Sulle tue coste il futuro si mescola al passato e si rinnova  
nelle tue valli l’eco e le musiche di un destino che non muore 
la tua anima eterna che si veste di nero e di colori, terra mia.”

Fino a dire ai nostri nipoti le parole che non abbiamo saputo dire ai nostri figli:

“I ragazzi coi sogni e le cuffie alle orecchie, il futuro che avanza
che gli sbarra la strada, vorrebbero un palco e un microfono acceso
s’inventano un ritmo, una rima tagliente, ci sono, non sono più niente.”

Il Maestro non dimentica certo la sua Lentini.

“Leontinoi, città di uomini e di dèi che si perdono nel Mito
dove la leggenda continua a vivere nelle voci del presente
nel sogno di chi guarda il futuro con la luce che non tramonta”

Nè la leggenda e il mito della madre Siracusa.

“E sotto il cielo di Siracusa dove Apollo si fa luce e t’acceca
e la bella Aretusa ancora scivola tra i fiumi e il rifugio
nel papiro della fonte per l’amore di Alfeo che la insegue
sei feconda e generosa come Demetra a primavera”

Nè trascura la sua lingua prediletta, la lingua siciliana, qui offerta solo in scelti casi, come la favola di introduzione, o il ricorso al mito, in straordinaria tensione che passa da Teocrito a Carmen Consoli, toccando ancora Bufalino e Sciascia.

“Isula di luttu e di luci, di festi e di morti
pi li grotti de’ Ciclopi e la ninfa Galatea
frumentu giallu di massarii e surfatari”

Soprattutto, il Don Chisciotte leontino non si fa ingannare dalle forme, dalle altezze, dalle imponenze. Riconosce sua madre, riconosce suo padre, sa chi domina la terra, conosce chi tiene prigioniero il Gigante Superbo.

“Etna dimora d’Efesto che non smette mai di creare
per gli anfratti e le ceneri e le armi d’ogni forma
il tuo abbraccio di timore è madre e padre
per chi cammina sui tuoi passi, eterni e infiniti.”

Concittadino di Gorgia non tradisce la lezione dell’allievo di quel Socrate che ignorava ogni cosa e tutto sapeva. Oltre la parete della caverna non si fida di quel cielo dipinto, troppo dipinto per essere vero.

“Immerso in questa arena che circonda e assopisce i desideri
guardo i murales del muro, le ferite e la muffa che avanza
la retorica sfacciata del cielo azzurro come scherzo degli dèi”

La musica risuona più volte dentro queste pagine. 

La voce del menestrello sardo d’adozione.

“Ho bevuto troppo, fumato troppo, ho amato troppo, perso troppo
Ho vissuto troppo, sofferto troppo, ma non mi pento di niente”

L’omaggio ancora trattenuto, ma appassionato, al capolavoro di ingegneria musicale dei Pink Floyd

“Basta solo scrivere per la banda la canzone da portare per le piazze
e tutto quello che è stato, tutto quello che è e tutto quello che verrà
lo canteremo omaggio per i sentieri oscuri di la facci niura di la luna”

Ancora si interroga il Poeta sulla morte della Poesia, attonito dall’urlo moraviano.

“La tua morte enigma senza pace sigilla il mistero e le morali
poeta ucciso ai margini, nel vuoto della notte la ferita al cuore
restano i tuoi canti, le visioni, i moniti severi, le ceneri per la via”

Dopo la morte della poesia il presente si è spento, si è denaturalizzato, come la Poesia aveva profetizzato.

“Cammino per le strade senza paura al sole che scompare 
i motorini sfrecciano e le voci si mescolano 
nell'aria battito di cuori lontani, 
di giovani che si perdono nella notte 
per trovare qualcosa che non esiste e che rimbomba “

Un presente virtuale, algoritmico, una illusione social…

“Le notifiche vibrano di fremito sottile, l’illusione d’esserci
un messaggio lasciato, una frase sospesa, un'attesa infinita
una porta socchiusa, un’ansia da stringere e il tempo che scorre”

Eppure, in questo presente da ingegneri c’è qualcosa che neanche la Poesia aveva saputo profetizzare. In questi tristi giorni in cui il mare sta restituendo a spizzichi e bocconi il bottino di carne umana che il pirata Harry ha rapinato all’umanità, mentre distruggeva cose, speranze e sogni di chi abita la costa di questa Terra di Giganti, il Poeta Cardello mi perdonerà se oltrepasso i limiti della citazione, per offrire, quale antipasto di tutta la tavola imbandita che troverete nel volume, alla vostra lettura per intero questi versi che immortalano per sempre la tragedia di cui Dio e gli uomini di domani ci chiederanno incessantemente conto. 

Questi versi non sono più profezia, non sono più iperbole distopica, sono fotografia della realtà che si squaderna sotto i nostri occhi, sopra i nostri cuori, e che nessun battesimo di nuova alleanza ce ne laverà la macchia.

"Giorni scritti per intero sulle pagine del mare
nel buio crudele della notte lenti si rincorrono
meraviglie e speranze, sogni per i sentieri della vita
s’infrangono come onde alle rocce degli sfregi 
Angeli stranieri senza il visto marchiato sulle carni
Odisseo li conduce oltre il sole e la luna e le sirene
Afrodite li consola ma non mantiene la promessa
Poseidone si fa gioco del piccolo misero vascello 
Il vento soffia di salsedine e di mani e di lamenti
il miraggio, la montagna s’avvicina è solo una balena
triste li accompagna al canto antico della morte 
Madri e figli sui flutti senza fine avvolti dall’amore
il Dio degli uomini che non ha più lacrime e parole
gli regala il ballo di un delfino come inizio e poi la fine" 

Eppure tra questi lutti e queste tragedie minori e spogliate della leggenda del mito, il Poeta va. 

Don Chisciotte senza paura. 

Anzi Don Peppino de la fera senza scantu e senza pinsera 

“E ancora vaga per l’isola sognando battaglie e pericoli
e incontra pastori e ninfe ammaliate da suoni e magie
si unisce alle danze e cade di malo per erbe e ginestre
per pale eoliche e brutti ceffi dalle strane intenzioni”

A piedi, a cavallo, a bordo della spider o del mulo il Poeta Cardello, Don Peppino, ha sempre la voce tonante e può ricominciare il cunto.

Venite signore e signorine che vi cuntu una storia:

“Storia granni di Sicilia, storia antica di genti e gicanti, 
storia ca diventa liggenna e ca liggenna s’ammisca e torna storia…”
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