Historia de un amor – I fidanzati di Ermanno Olmi – 1963

Il 12 febbraio è ricorso il sessantesimo anniversario della morte di Elio Vittorini, scrittore e intellettuale dal controverso rapporto con la sua città di origine, Siracusa – anche la mia.

Quest’anno alcune delle iniziative per ricordarlo hanno fatto più volte riferimento al suo rapporto con il cinema, sia nella riduzione delle sue opere, sia nel suo rapporto intellettuale con questa forma di comunicazione. Per motivi vari non ho potuto partecipare come avrei voluto. Ho però voluto rimediare in forma laterale, approfittando di una rassegna dal profilo molto particolare offerta dalla piattaforma Mubi, in questi giorni.

Una rassegna di sei titoli legati alla cinematografia italiana dei primi anni sessanta, non più neorealista -ma ancora influenzata da quella esperienza –  e non ancora moderna e felliniana, o pasoliniana.

Per un vago ricordo che lo collegava proprio a Siracusa, ho scelto di ricordare Vittorini, nel mio piccolo, vedendo un film del 1963 di Ermanno Olmi, suo terzo film, presentato con qualche riconoscimento a vari festival internazionali: I Fidanzati.

Il film racconta una storia di emigrazione al contrario, da nord a sud, allora più diffusa di quanto si potrebbe credere. Giovanni, operaio milanese, viene scelto insieme ad altri dalla sua fabbrica per andare in Sicilia a Priolo Gargallo per partecipare all’ampliamento degli stabilimenti SINCAT. A Milano, delusa e addolorata, rimarrà Liliana, la fidanzata di Giovanni, che teme che questo trasferimento comporti la fine della loro relazione.

Il film si presenta subito con una fotografia in bianco e nero sfumata e poco contrastata, che restituisce una dimensione quasi onirica alla delicatezza delle immagini che suggeriscono lo svolgersi della storia, suggeriscono le emozioni coinvolte poggiando su pochissimi dialoghi e molta musica – Gianni Ferrio. Una sala da ballo che pian piano si riempie – anticipando la scelta narrativa di Ettore Scola nel piccolo capolavoro che sarà Ballando Ballando – fa da sfondo ai titoli di testa che con carattere regolare e bianco fanno pensare più a un documentario sulla realtà industriale e sociale che a un film, non andando poi così lontano dal vero.

Nelle scene della sala da ballo la coppia Giovanni Liliana appare molto provata. Non solo da questa promozione con trasferimento di Giovanni, che non si sente proprio di rifiutare, ma anche, o soprattutto, dalla consapevolezza che questo trasferimento sarà solo l’occasione per prendere atto che la storia stava perdendo vitalità.

Da questo pretesto narrativo, con questa atmosfera sospesa di malinconia e di delusioni e ripensamenti, il film prende a raccontare ben altro. Seguiamo Giovanni, uno spaesato Carlo Cabrini, attore poco conosciuto allora e anche dopo, atterrare all’aeroporto di Catania e stupirsi dell’accoglienza numerosa e familistica dei viaggiatori, fin quasi sotto l’aeromobile, che allora contraddistingueva il nostro aeroporto. Lo seguiamo ancora a bordo di un auto di servizio con altri ingegneri e operai mentre viene accompagnato all’alloggio provvisorio in foresteria dello stabilimento industriale. Il viaggio in macchina è una mirabile sequenza notturna, con quel bianco e nero sfocato che dicevamo, dai paesaggi mozzafiato naturali della costa orientale ai paesaggi altrettanto mozzafiato delle silhouette industriali dei silos, delle luci, delle fiaccole, il paesaggio urbano industriale che ha caratterizzato tante nostre trasferte sulla SS 114 e che dà colore e sapore a una stagione della nostra città, legato al boom economico che seguì a quella industrializzazione, più o meno regolata.

Già dai primi accenti della terra di Sicilia, della terra tra Priolo Gargallo e Siracusa, appare subito il coacervo di contraddizioni che cova sotto quella particolare rivoluzione industriale che abbiamo vissuto. Si susseguono alcune scene, sempre più per immagini e con i dialoghi accennati, ma sufficienti a coglierne il peso. 

Vedremo il cameriere del ristorante annesso alla forestiera che si lamenta della fatica di dover servire da solo quasi cento pasti al giorno per i tanti forestieri sopraggiunti al servizio dell’industria moderna, e che, trovando nel silenzioso sorriso accomodante di Giovanni una possibilità di ascolto, trova pure il modo di raccontare la tragedia personale familiare di un figlio piccolo di meno di un anno, da due mesi ricoverato in ospedale, perché afflitto da coliche spastiche, di cui i medici non riescono a raccapezzarsi, che sottrae la moglie alla famiglia. Funesto presagio della crescita dell’incidenza delle malattie infantili che il territorio registrerà di lì a poco. 

Vedremo le corriere che straripanti di lavoratori porteranno tutti dalle stradine strette di Priolo Gargallo alla imponente portineria centrale della SINCAT.

Vedremo la famiglia intera – tutte le generazioni presenti – accompagnare la giovane operaia al suo primo giorno di lavoro dentro il mostro che la inghiottirà.

Sentiremo l’urlo, seguito dalla sirena dell’ambulanza che attraverserà il dedalo di tubi e impianti per raccogliere l’operaio caduto sul lavoro, capostipite archetipico e profetico di un esercito senza mai fine, scena tutta caratterizzata dal silenzio delle persone e della musica, ma ferita dalla lancinante sirena senza speranza.

Allargheremo lo sguardo sulle saline nel primo giorno libero, caratterizzate da silenzio, solitudine, abbandono e degrado, simboleggiato dal bambino accovacciato dal cui labbro pende un mozzicone di sigaretta acceso, recuperato chissà dove.

Giovanni deve comunque trovare un alloggio come sistemazione definitiva dopo i primi giorni alla foresteria. L’occasione per un viaggio più sociale che turistico, più psicologico che paesaggistico, dentro la città di Siracusa del 1963. 

Scopriamo le tante case che tra la borgata e Ortigia offrirono stanze in famiglia. Condizioni impossibili e costi altissimi. Tre o quattro letti affittati per stanza, stanze divise da tramezzi di cartone a moltiplicare le stanze locabili, per rispondere alle tante improvvise richieste piovute sulla magra disponibilità economica delle famiglie siracusane. 

Conoscendo la sensibilità religiosa di Olmi – che l’anno successivo preparerà il film dedicato a Giovanni XXIII, E venne un uomo – non sorprende che oltre a qualche inquadratura di sfuggita del lungomare di levante, la sua macchina da presa si soffermi principalmente sul lato di Piazza delle Vittorie adiacente al futuro Santuario, e, soprattutto, sulla piazza Euripide ancora tutta dedicata alla lacrimazione della Madonnina, avvenuta solo cinque anni prima, indugiando sempre più spesso sulle vetrine che offrono souvenir della Madonnina e sulla copertura che funse da chiesa per anni, con lo sfondo del ponte su cui transitava ancora il treno che proveniva dal nord.

La rappresentazione dell’esplosione del boom economico nella nostra terra è affidata da Olmi alla lunga sequenza che racconta il Carnevale, con le maschere, i coriandoli, la folla, la sfrenata allegria, la cartapesta, la promiscua disponibilità delle donne in maschera alle avventure estemporanee con i tanti forestieri attirati dall’industria. Una scena dal sapore vagamente felliniano, appunto, che si svolge nella piazza di Paternò, come simbolo della avanguardia catanese di questo sviluppo – la Milano del sud, si diceva. La spiegazione socio politica ed economica è affidata ai brevi dialoghi in macchina all’andata e al ritorno da Paternò di un gruppo di operai e ingegneri. Una venatura di comprensione, se non di compassione, verso le famiglie locali che hanno visto piovere tanti soldi e non hanno saputo resistere a stravolgere la loro esistenza per coglierne il più possibile a sfamare e superare la miseria che le caratterizzava.

A completare la descrizione sociale di questa città in piena transizione industriale ci soccorrono una illuminante sequenza dal barbiere, luogo principe per il racconto di una società, e le sequenze dove Giovanni si rende conto di cosa significhi avere l’acqua razionata pochi giorni la settimana.

Questo racconto per immagini del boom economico industriale si intreccia con il racconto dell’evoluzione della storia d’amore tra Liliana, Anna Scanzi, ancora solo eroina teatrale che poi passerà alle sit com televisive venti anni dopo, e Giovanni. La lontananza consentirà loro di riconoscere le ragioni che stanno alla base del loro amore, li costringerà a parlare, anche se solo per lettera – o con qualche sporadica telefonata – a confrontarsi, a capirsi, a sentirsi più vicini. 

Sembra che Olmi volesse indicarci nella capacità di tornare all’ascolto del proprio cuore, all’ascolto della voce dell’altro, la strada per affrontare con egual successo la trasformazione industriale che le nostre famiglie, i quartieri, le comunità stavano vivendo. 

Il film oggi acquista una valenza di testimonianza storica del tempo e dei luoghi, che già è un merito.

Ma nell’elegante e delicata sovrapposizione tra storia personale e storia socio economica sta il maggior pregio del film, nella sua prospettica indicazione della via per superare gli “astratti furori”, sia di Giovanni che di Liliana, utile anche ai siracusani che non vogliano perdersi.

Ancora una volta, come fu per Silvestro, occorre andare da Milano alla Sicilia, dal futuro al passato, per trovare la strada del presente.

Le date indicano che Vittorini abbia avuto l’opportunità di vedere questo pregevole piccolo film, attento com’era a tutte le proposte culturali da ogni fonte, e possiamo forse immaginarne la reazione.

A me è sembrato un bel modo per ricordarlo, tra Siracusa, progresso, industria e memoria.

Se ne avrete la possibilità vedetelo, ne vale assolutamente la pena.

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