Con due genitori che amavano smisuratamente la musica, la musica popolare, la musica leggera, le canzoni che accompagnano la vita, il Festivàl di Sanremo non poteva che diventare un appuntamento tradizionale e sacro dell’inverno, al pari del Carnevale, più dello stesso Natale.
Infatti, il Festival ancora oggi a casa mia, per la mia famiglia, per gli amici che girano intorno alla mia vita, è un appuntamento sacro e tradizionale dell’inverno.
Se la serata finale è dedicata alla festa, al Party Sanremo con tutti quelli che il cuore accoglie – sempre più di quanti ne contenga la casa, le prime sere sono dedicate all’ascolto delle canzoni, alla ricerca del successo futuro o immediato, alla scoperta del ricordo che costruiremo anno dopo anno.
Capita spesso, ovviamente, più spesso di quanto voglia ammettere, che le canzoni le ascolti e mentalmente, con quel pensiero magico che mi trascino dietro dall’adolescenza ferita, le condivida con chi da troppi anni non assiste più con me al Festivàl. Provo a immaginare l’espressione di mamma o papà all’ascolto della canzone, la loro prima impressione. Se ne avessero decretato il successo, o il rapidissimo declino.
Con questo animo ascoltavo ieri sera la prima esibizione dei trenta big in gara di questa settantaseiesima edizione.

Quando è partita l’esibizione di Serena Brancale, vedere scritto tra gli autori il nome d’arte di FIAT131, ha scatenato un cortocircuito mentale inarrestabile.
Ho visto subito papà alla guida della sua fiammante Fiat 131 nuova, azzurro metallizzato, orgoglioso della sua nuova macchina, della conquista che era per lui, mentre andavamo cantando – non avevamo autoradio, l’autoradio ero io – i successi di Sanremo di quell’anno. Ricordo che cantavamo Franco Fanigliulo, A me mi piace vivere alla grande, e ricordo pure che ogni tanto lo prendevo in giro cantando verso di lui dal sedile posteriore i Pandemonium: Tu fai schifo sempre.
Con questo mood la canzone di Brancale, di cui non sapevo assolutamente nulla, ha attraversato il mio cuore come un brivido dalle prime note e dalle prime sillabe cantate.
Per noi che condividiamo lo shining dell’orfananza, sono tanti i momenti che il pensiero magico, a cui ci abbracciamo per salvezza, ci attraversano come un brivido il cuore.
Una canzone alla radio all’improvviso, una scena di un film colta al volo facendo zapping, un battito d’ali di due uccelli che in quel momento, proprio in quel momento, si vengono a poggiare sul davanzale della tua finestra al lavoro, come a farti carezza sulla arrabbiatura appena presa inutilmente, un fischio da lontano che ti sembra il suo, uno sguardo da qualcuno che riconosce loro in te, anche solo per un attimo. E’ tanto il desiderio di tornare a provare quella carezza della sera, che a volte ci illudiamo che non siano casuali questi fatti, ma magici, comunicazioni oltre il tempo e la fisica.
Questa malinconia fissa per sempre Serena Brancale nella canzone che ha portato al Festival quest’anno.
C’è una canzone alla radio che suona
E che parla di noi.
Di quell’amore che resterà sempre, non passerà mai.
Chi ha conosciuto la Brancale degli ultimi anni, quando ha deciso di vendere al mercato del baccalà quella sua sensibile e articolata maniera jazz di esprimere la musica, la vita e l’amore, che ce l’avevano fatto amare semisconosciuta, chi ha creduto che dentro le sue corde ci fosse solo la versione al limite del reggaeton di Anema e core, senza aver assaporato le armonie swingate degli anni della gavetta, sarà rimasto sorpreso – chissà pure deluso – da questa Serena Brancale appassionata ed emozionata che ha aperto il suo canto per riportare giù dalle stelle la mamma.
Non avrà capito quale tensione ha tenuto alta la sua voce, intensa e determinata a riportare Euridice via da Ade.
E se ti portassi via da quelle stelle
Per cancellare il tuo addio dalla mia pelle
Scalerei la terra e il cielo
Anche l’universo intero
Per averti ancora qui con me
chi non conosce quella rabbia, quella sete che provano a spegnersi solo in quei momenti in cui ti sembra di risentire, di rivedere, anche solo ricordare…
E quando ti penso lo sento arrivare quel brivido dentro che attraversa il cuore,
In questo silenzio sento la tua voce,
Calma, la rabbia, la sete, la fame e non cambierà
Quella complicità che da bambina cercavo nei tuoi occhi e che per sempre mi
Accompagnerà.
Anni passati a scrutarsi nello specchio per cogliere le trasformazioni, minime o grandi, che chi ci amava non ha visto, ma che ci riportano a rivedere il disiato riso stagliarsi nel nostro volto specchiato, anche se lo nascondiamo sotto una pesante barba.
Due gocce d’acqua non si perdono nel mare mai,
E poi guardami ma quanto ti assomiglio
Nelle mani, nell’amore che
Mettevi ogni volta nelle cose
Ed ogni giorno era sempre da festeggiare
Sono anch’io così
Noi così simili
Noi così simili

Non bastassero il valore melodico e intenso della canzone, il suo canto visibilmente emozionato, basterà questo testo che diventa da ora in poi un’altro pezzo del manifesto dell’orfananza, insieme alla carezza della sera e alla carezza nel pugno dell’addormentamento infantile.
Chissà perché proprio ieri sera doveva arrivare dallo schermo quella canzone, a commuovermi, a farmi sciogliere quel grumo che era rimasto dopo aver accompagnato all’estremo saluto un uomo, il cui ricordo è inevitabilmente e indissolubilmente legato ai ricordi di mamma e papà, un uomo che ho anche combattuto come si fa sempre con i padri, che ho sempre amato come a volte si fa con i padri.
Chissà quanti abbiamo pianto con Serena alla fine della canzone, per una Fiat 131, un sorriso che manca, uno sguardo che non benedice più, un grumo che non si voleva sciogliere, ognuno con la sua magia che non si vuole spiegare per non affondare.
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