Istanbul è una città che affascina e strega. Le sue tante anime stratificate si offrono al viaggiatore che tenta di scoprirle tutte. Oggetto di guide e racconti di viaggio già da un paio di secoli: Costantinopoli del padre del libro Cuore, Edmondo De Amicis.
Chiunque l’abbia visitata, riporta negli occhi, nel naso e nelle orecchie mille pezzi di quel miracolo antico e moderno. Piazza Taksim, Istiklal cadesi, Galatà, le moschee, i bagni, i locali vicino al porto, Beyoglu, il Bosforo, le due rive.
Al viaggiatore sembra di sognare così forte che, ripensandoci da casa propria, dubita dei suoi sensi, e si convince di essere stato preso da un incantamento.
Il primo libro di Serra Yilmaz potrebbe sembrare un altro racconto di viaggio in questa gigantesca metropoli, colta e popolare. Il biglietto per un viaggio aereo (sola andata) per una città che non esiste più, se non nel cuore di chi l’ha vissuta.
Ma non è così.

Serra Yilmaz, l’attrice feticcio di Ferzan Özpetek, la donna dai capelli turchini come le fate, (o verdi, o viola, a seconda dell’umore e del set) che con quel suo sguardo magnetico sembra conoscere i segreti di tre o quattro vite precedenti, ha racchiuso nelle duecento pagine del libro, Cara Istanbul, Rizzoli editore, una favola.

Dal titolo come una lettera di quelle che non scriviamo più, il libro si apre con una formula magica: «Bir varmış bir yokmuş», ovvero «C’era una volta, e non c’era una volta». È così che iniziano le favole in Turchia, ed è così che Serra ci introduce alla sua Istanbul.
Non aspettatevi una Lonely Planet con i monumenti da spuntare sulla mappa. Questa è una ballata nostalgica per una città che negli anni ’50 contava un milione di abitanti e oggi ne ha venti. Una città che era “verde, più verde di quanto sia possibile immaginare“, prima che il “progresso” (le virgolette di Serra sono taglienti come un coltello da kebab) e la speculazione edilizia la trasformassero in una giungla di cemento.
L’infanzia di Serra è stata tutt’altro che ordinaria. La vera star della prima parte del libro è Seza Hanım, la nonna materna di origini circasse. Qui Serra sfata il mito cinematografico dell’harem: sua nonna ci finì a tre anni perché la famiglia scappava dalla guerra nel Caucaso e non poteva sfamarla.
Il racconto della nonna che non sapeva allacciarsi le “mutande” (all’epoca bende di tessuto ricamato) e che nascondeva i bocconi migliori sotto il divano sperando di ridarli un giorno alla madre lontana è di una tenerezza infinita. L’harem, ci racconta Serra, non era un set di film erotici, ma una sorta di collegio di lusso dove si mangiava bene, ci si vestiva di seta e si urlava “Destur!” (Permesso!) quando i camerieri portavano i vassoi, così le ragazze potevano nascondersi.
Serra nasce “fuori programma”. In una famiglia dove tutti erano biondi con gli occhi chiari, il padre sperava in un maschio moro di nome Selim. Invece arriva lei: pelle bianchissima, occhi verdi come il vetro e una fame da lupo che contrasta con l’esilità della madre (che pesava 38 chili!) e l’inappetenza del padre.
E proprio la cucina, cucinare, diventano arte magica per la fata turchina di questa fiaba. Serra descrive il pollo alla circassa con una precisione quasi scientifica: la spremitura delle noci nel tritacarne per raccoglierne l’olio, il pane bagnato nel latte, il coriandolo. È un rito, una trasmissione di saperi che passa dalla nonna alla nipote, saltando la madre che – per paradosso – era stata tenuta rigorosamente lontana dai fornelli.
Il libro è costellato di piccoli momenti in cui la vita privata si intreccia con la Storia. Serra ci parla dei venditori ambulanti di yogurt (yoğurtçu) che portavano i vassoi in bilico su un bastone, dell’odore di tiglio nella parte asiatica e di quello di sgombro arrostito sul ponte di Galata.
Un libro che profuma di mare, di spezie e di libertà. Serra Yılmaz scrive come recita: senza fronzoli, con una sincerità che a volte fa male ma che è sempre vitale. Ci parla dei colpi di Stato, della prigione del marito, del cancro affrontato con coraggio, ma non perde mai quel filo di ironia che è il suo marchio di fabbrica.
Serra ci porta anche “su e giù dal palco”. Ci racconta del suo amore per la recitazione intesa come gioco: «oynamak», anche in turco si usa lo stesso verbo sia per recitare che per giocare. Per lei, gli attori sono “eterni bambini” che hanno il privilegio di non crescere mai del tutto.
C’è spazio per i ricordi dei primi successi cinematografici, come Hotel madrepatria che la portò a Venezia nell’87, e per il grande amore verso il teatro, vissuto come attrice e anche come regista, sempre con la piena consapevolezza di essere nata per fare quelle cose.
La favola di una vita piena di avventure e scoperte, una vita piena di ricordi e memorie, di speranze e desideri che ruotano intorno alla cerniera tra Asia ed Europa.
Come dice lei stessa nelle conclusioni: «Se dovesse capitare il peggio nella mia vita, andrei a fare una passeggiata lungo il Bosforo, perché il Bosforo è una consolazione».

Su quel vaporetto ha imparato l’arte di osservare gli esseri umani, di catturare la loro essenza, di impadronirsene e riportarla sui palcoscenici e sugli schermi.
Su quel vaporetto torna ancora quando può per muoversi a Istanbul, nonostante la sua fama, e ritrovare la radice della sua essenza.
Quindi, non perdetevi l’occasione di un giro in vaporetto con Serra e le sue favole, prendere un caffè con lei e decifrarne poi i segreti nei fondi della tazzina.

Venerdì 27 febbraio 2026 a Siracusa l’abbiamo incontrata Serra Yilmaz.
Un incontro organizzato dalla libreria Ubik Ortigia Bafigghia, da Maria La Runa, e il comune di Siracusa, con la collaborazione della dottoressa Sipione che si è tenuto presso la Sala Borsellino del Palazzo Vermexio.
Tutte le sedie occupate per un’ora e mezza di racconti, di favole, di ricordi, di desideri, attraverso la lente di Istanbul, la città simbolo della cultura cosmopolita che caratterizza l’attrice, la regista, la scrittrice, ma, soprattutto, la donna Serra Yilmaz.
Le letture di Francesca Pacca e Simone Giallongo hanno offerto un assaggio del profumo del Bosforo racchiuso in queste pagine.
Un lungo serpentone di lettori appassionati hanno chiesto a Serra una foto, una firma sulla copia del libro, un sorriso dei suoi, amorevoli, accattivanti, sornioni.
Vi lasciamo alcune foto ricordo di questa indimenticabile serata.
















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