Una fimmina furasteri – La forestiera di Claudia Myriam Cocuzza – Giallo Mondadori 

Nascosto, ma non tanto, dietro la ricerca della musica oriunda di papà c’è il principio di Tomasi di Lampedusa che i siciliani non vogliono migliorare, perché si sentono già il sale della terra.

La stessa albagia risuonava nel tono e nel modo in cui mia nonna, di Francofonte, definiva furasteri i non paesani, quelli che venivano da fuori, i barbari per i greci, come quella sfrontata di Medea.

Al centro de La Forestiera, il nuovo romanzo di Claudia Myriam Cocuzza, di Francofonte come la nonna, c’è proprio una furasteri, una francisa con i capiddi russi, secondo l’abitudine di definire francese qualunque straniero, infatti Florence è inglese, con relazioni strette (molto strette) con la casa regnante di Inghilterra, in esilio dorato a Taormina, Sicilia.

Da questo sentimento sussiegoso verso i furasteri discende inevitabilmente una colpevole sottovalutazione delle abilità e delle capacità di queste persone che vengono a portarci nuove prospettive, nuovi occhi, nuovi sguardi, come ha imparato a sue spese il protervo Giasone.

Mondadori ha scelto di affidare questo nuovo romanzo di Claudia Cocuzza alla pubblicazione mensile Giallo Mondadori che da quasi un secolo si affaccia dalle nostre edicole.

La forestiera del romanzo di Claudia Cocuzza è un personaggio storicamente esistito, Lady Florence Trevalyan, che effettivamente scelse Taormina come residenza, favorendo numerose leggende sul suo conto tra gli abitanti del borgo non ancora capitale del turismo di élite.

Cocuzza se ne serve per raccontare un mistero intrigante, affidandole curiosità e acume sufficienti per condurre la sua indagine su un delitto.

In pieno stile cozy crime, come usa dire oggi. Florence si affianca ad Aristotele e agli altri personaggi storici ingaggiati come detective da autori di gialli ambientati in altre epoche, che finiscono per raccontare quelle epoche come un trattato di storiografia.

La protagonista è un personaggio decisamente intrigante e attraente. Dentro un impianto da giallo classico, fatto da un delitto, un’indagine, un arsenale di sospetti, pettegolezzi, ipotesi tossicologiche e citazioni teatrali, emerge una mente curiosa, ironica, leggermente impertinente e dotata di una qualità rara: non dà nulla per scontato, quella di Florence, appunto, e ci scopriamo appassionarci a studiarne il modo di relazionarsi con il mondo circostante. Diventa un personaggio che non vorremmo lasciare dentro le ultime pagine di questo racconto.

Accanto a Florence, un ruolo fondamentale lo gioca il luogo dove tutto si svolge. Siamo a Taormina, nel luglio del 1884. Non la Taormina dei resort e delle fotografie da cartolina, ma una cittadina sospesa tra due identità: quella di villaggio mediterraneo e quella di futura capitale del turismo internazionale.

È un luogo in trasformazione, e proprio per questo è perfetto per un romanzo giallo. I luoghi stabili producono routine, i luoghi in trasformazione producono misteri.

La Taormina del libro è un crocevia: aristocratici inglesi, borghesi locali, servitù, scienziati, farmacisti, viaggiatori curiosi. Tutti osservano tutti, e nessuno vede davvero tutto.

Il che, come sa ogni lettore di gialli, è esattamente la condizione ideale perché accada qualcosa di irrimediabile.

In questo contesto irrompe, rivela, scoperchia fatti e suggestioni, questa donna speciale, furasteri, per definizione.

Essere furasteri significa non conoscere le regole implicite e significa anche non sentirsi obbligati a rispettarle.

Florence osserva la Sicilia con lo sguardo di chi sta imparando una lingua nuova. Non solo l’italiano, ma anche il linguaggio sociale. All’inizio del romanzo la vediamo perfino impegnata in una scena deliziosa: imparare parole siciliane.

«Marusciu e buati. Right?» 

Non è soltanto un momento divertente. È una dichiarazione di poetica. Florence non vuole limitarsi a vivere a Taormina: vuole capirla. E quando qualcuno vuole capire un luogo — davvero — finisce quasi sempre per scoprire qualcosa che gli altri preferirebbero restasse nascosto.

La Florence di Claudia, botanica, filantropa, viaggiatrice e osservatrice acuta, come il modello storico cui si rifà, ha una qualità ulteriore, utile ai fini narrativi: la curiosità sistematica.

Florence non si limita a guardare il mondo. Lo studia. Lo analizza. Lo scompone. E soprattutto fa una cosa che nella società vittoriana era quasi rivoluzionaria: fa domande. Molte domande. Troppe domande. A volte ingenue, a volte impertinenti, a volte perfettamente calibrate per mettere a disagio l’interlocutore.

Inquadrata in un generale atteggiamento di disinteresse verso le convenzioni sociali – da cui ha ricevuto più male che bene – questa curiosità diventa inopportunamente scandalosa.

A scandalizzarsi è un variegato e composito contesto ricco di personaggi comprimari e secondari, che nel loro insieme contribuiscono al racconto di un’epoca, di una società, che viene tratteggiata con ironia sottile, ma palpabile.

Tutta questa materia narrativa viene poi inquadrata – letteralmente – dentro un impianto teatrale, più propriamente shakespeariano.

I momenti del racconto sono proprio divisi in Atti e scene, come nelle tragedie shakespeariane, e fanno riferimento con citazioni in esergo alla arcinota tragedia di Amleto. Shakespeare diventa più che un elemento di contesto in questa narrazione.

Tutto il racconto diventa così una sequenza di quadri teatrali, dove i personaggi agiscono a beneficio di due soli spettatori: Florence e il lettore. Il motore narrativo shakespeariano induce gli attori ad agire le più classiche passioni che abitano quel teatro: ambizione, gelosia, desiderio, vendetta, colpa.

Queste passioni, democraticamente, attraversano sia la comunità aristocratica inglese di stanza a Taormina, che la borghesia siciliana che la ospita e la osserva, e lo strato popolare di serve, operai, contadini, che osserva senza guardare, come Florence ha imparato che fanno spesso i siciliani.

Questo microcosmo che abita il romanzo è una delle caratteristiche vincenti dello stile di Claudia Cocuzza. Ognuno dei personaggi, minori o maggiori, contribuisce a creare un piccolo universo sociale. Non sono semplici pedine nella trama. Hanno voce, carattere, idiosincrasie. E soprattutto hanno una cosa fondamentale per ogni buon giallo: qualcosa da nascondere…

Il romanzo ha una struttura da giallo classico, ha il ritmo delle indagini ottocentesche: fatto di dialoghi, osservazioni e deduzioni progressive. È il tipo di giallo che si gusta lentamente, come un tè pomeridiano — con la differenza che ogni tanto qualcuno potrebbe morire.

Riguardando alla lettura nel suo insieme, ci colpisce però un tema che fa da sottofondo a tutta la narrazione, che giustifica la scelta del personaggio, dell’epoca, del contesto.

La dedica del libro recita:

«A Florence, e a tutte le donne che guardano il mondo con occhi nuovi.» 

Di questo parla davvero il romanzo: di sguardi nuovi sul mondo. Florence rappresenta una figura femminile in anticipo sui tempi: indipendente, intellettualmente curiosa, poco incline a lasciarsi definire dalle aspettative sociali. Il mistero non si risolve soltanto grazie agli indizi. Si risolve grazie a uno sguardo che osa vedere ciò che gli altri ignorano.

Ancora una volta, La forestiera è un romanzo che dimostra come il giallo possa essere molto più di un semplice enigma.

È un viaggio nella Taormina della Belle Époque.

È un ritratto di una donna straordinaria.

È un gioco letterario che coinvolge Shakespeare, la botanica e la scienza dei veleni.

Ma soprattutto è una storia che ricorda una cosa fondamentale: i misteri non nascono soltanto dai delitti, nascono dalle persone e dalle cose che le persone scelgono di non dire.

I misteri si risolvono quando emerge qualcuno che fa proprio ciò che la buona società sconsiglia sempre: fare domande, molte domande, che non diventano mai troppe, e ascoltare con attenzione le risposte.

Il giallo spesso prende le forme della serialità, diventa saga, il personaggio centrale, detective vero o prestato alle indagini, diventa familiare e atteso con affetto dai lettori. Non sarà difficile allora aspettarsi altri episodi, altre rappresentazioni teatrali di Lady Florence Trevelyan, di questa furasteri francisi, dalla penna di Claudia Cocuzza.

Non foss’altro che per sapere se sceglierà il medico Salvatore o lo speziale Carlo per dare conforto al suo cuore regalmente offeso.

Abbiamo incontrato Claudia Cocuzza per la prima presentazione del suo Giallo Mondadori

Sabato 7 marzo alle sei del pomeriggio presso l’associazione Il Cerchio a Siracusa

È stata l’occasione per farci raccontare come si è innamorata della figura di Lady Trevelyan, come intreccia le sue due vite da farmacista e da scrittrice. 

È stata l’occasione per farci raccontare come si è innamorata del romanzo giallo, come nascono i suoi gialli. 

Abbiamo parlato pure del futuro di Lady Florence, delle nuove avventure che ci aspettano in libreria e in edicola. 

Abbiamo ricordato i suoi premi, abbiamo ascoltato alcune pagine lette da Simone Giallongo

Abbiamo sviluppato il tema shakespeariano che si intreccia a questo giallo. 

Un pomeriggio intrigante e divertente, molto partecipato dal pubblico de Il Cerchio. 

Vi lasciamo qualche ricordo fotografico del battesimo di questo nuovo romanzo di Claudia Myriam Cocuzza, La forestiera

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