La fiducia è una cosa seria. Quando scegliamo di avere fiducia in qualcuno siamo capaci di comporre qualunque antinomia in nome di quella fiducia e diventa una ciambella di salvataggio quando tutto sembra annegare intorno a noi.
La prima forma di fiducia che sperimentiamo è quella istintiva e totale, cieca e assoluta, nei nostri genitori. Solo quella fiducia ci consente di alzarci in piedi e affrontare quei primi passi senza sostegno che ci libereranno per sempre, ci fa ingurgitare qualunque cosa ci venga propinata, ci fa spingere su quei pedali della bici non più sorretta dalle rotelle…
Poi cresciamo e concedere fiducia diventa un fatto più meditato, più elaborato, cerca prove e intuizioni. Anche per i genitori, ormai ridimensionati a esseri umani.
Tutta questa costruzione di fiducia basilare, vere e proprie fondamenta del rapporto con il mondo, per Stella Carnevale viene meno in due momenti precisi.
Stella Carnevale, trent’anni, insegnante di origine argentina – e Bella di giorno per insubordinazione – che vive a Roma da una dozzina di anni, è la protagonista del nuovo libro di Claudio Fava, Non ti fidare per la Fandango Libri.

Non ti fidare è un romanzo, una storia elaborata dalla fantasia dello scrittore. Con dei dialoghi serrati e molto efficaci, frutto certamente del Fava sceneggiatore che tanto abbiamo amato al cinema e in tv. Con trama e sviluppo narrativo e personaggi primari e secondari che meritano degnamente il loro posto nella letteratura.
Ma potrebbe anche essere un saggio, o una inchiesta documentaristica, per la materia che tratta. La vicenda è fantastica, ma è vera e simile a quella di tante altre donne e uomini che hanno conosciuto le drammatiche vicende della dittatura in Argentina.

Ricorrono i cinquant’anni del 24 marzo 1976 del Colpo di Stato, della dittatura di Videla, delle donne di Plaza de Mayo.
Delle donne incinte, torturate e uccise dopo aver partorito, e di quei figli attribuiti a paternità e maternità diverse, spesso delle stesse famiglie dei militari, tagliando definitivamente ogni legame e nascondendo ogni traccia con le maternità biologiche.
I nipoti delle donne di Plaza de Mayo.
Stella Carnevale è una di queste nipoti. Cresciuta come figlia a tutti gli effetti dal colonnello Carnevale e sua moglie.

Claudio Fava innesca la vicenda proprio con la morte della mamma di Stella, che in punto di morte, le prende la mano e le sussurra “Non ti fidare” . Questo è il primo momento in cui si incrina la sua costruzione, la sua fiducia. Non capisce bene a cosa si riferisca la madre, e le domande al padre non sortiranno alcun chiarimento.
Dopo qualche anno, una strana sera, suo padre scompare dopo aver ricevuto una altrettanto strana visita. Scoprirà che lo hanno arrestato e, brutalmente, un funzionario di polizia le rivelerà la sua vera maternità e paternità. Il secondo, definitivo, momento in cui la sua costruzione, la sua fiducia, si abbatte definitivamente, si sgretola come frana una montagna.
Fava racconta tutte le fasi che la giovane donna è costretta ad affrontare. La riprogrammazione e rilettura di tutta la sua vita, il contrasto tra il sentimento provato fino a quel momento e l’odio maturato in un attimo soltanto.

Fava ha più volte spiegato che conversare e parlare di migliaia di vittime, come nel caso dell’Argentina di Videla, con trentamila desaparecidos, non riesce a dare l’effettiva misura di quante sono trentamila persone scomparse, di quanti sono i figli delle trentamila persone spariti anch’essi nel nulla, nella ricollocazione familiare tra militari e amici del regime. Raccontando la vicenda di una delle nipoti di Plaza De Mayo, riesce a dare corpo e forma a quel numero che diventa insostenibile a ogni coscienza.
Concetti come lo slogan della “banalità del male”, riproposti dal recente film “La zona di interesse”, trovano qui piena disamina. Il colonnello Carnevale, aguzzino e torturatore, assassino e ladro di bambini, insieme a sua moglie, è stato un padre attento, generoso, ha voluto molto bene a Stella. L’hanno amata e lei li ha amati. Le foto raccontano di una famiglia normale, con le dinamiche tipiche delle famiglie di tutto il mondo. Ma oggi Stella rivede quelle foto con una luce diversa. I suoi sentimenti entrano in confusione.

Nei dialoghi in carcere a confronto con il padre, lo sceneggiatore Fava compie un lavoro di grande qualità nel tratteggiare la plastica dinamica che prendono i sentimenti di Stella. Le montagne russe che percorre il suo animo.
Si può amare, ancora, dopo la verità, chi ti ha fatto tanto male, chi ha ucciso i tuoi genitori e ti ha sottratto alla tua famiglia, a tua nonna?
Fava è abile, ci lascia inseguire le evoluzioni di Stella, ma non ci apre mai la pagina finale delle soluzioni. I dubbi e i tarli continuano a lavorarci dentro per giorni e giorni dopo le pagine.
Claudio Fava ci ha già raccontato l’Argentina, ci ha già fatto amare Enrico Calamai, lo Schindler argentino. Ci ha già fatto riflettere sulla violenza che la politica è capace di sviluppare e infliggere alle donne e gli uomini che vi sono sottoposti.
Con la storia di Stella compie un passo ulteriore: rende universale il ragionamento che sta sviluppando sulla violenza. Un ragionamento che include sicuramente le conseguenze tragiche della violenza mafiosa pagata sulla pelle di figlio, che include certe evoluzioni attuali della politica internazionale e nazionale che sembra ripropongano l’improponibile.
Il ragionamento sulla violenza è applicabile anche a Trump, a Netanhyau, allo stesso Milei (che oggi mette al rogo Keynes), a casa nostra.
Nanni Moretti ha riportato sugli schermi e nel dibattito Allende e Santiago, Claudio Fava torna a raccontarci dell’Argentina. Scatta la sensazione del Deja Vu. Quelle vicende tragiche ebbero grande risonanza italiana per vari motivi, non ultimo il coinvolgimento di personalità che hanno tessuto trame anche a casa nostra, Licio Gelli, senz’altro.
Dall’altro lato Miguel Gotor rilegge l’omicidio Mattarella e quella stagione complessiva alla luce di una saldatura nefanda tra violenza criminale mafiosa e politica nera, nerissima e nerastra.
Raccontando di Stella Carnevale, Claudio Fava mostra l’essenza di ogni dibattito sulla violenza, politica o mafiosa, o militare. Che strumenti ha l’umanità per riconoscere dove sta il male e difendersi?
Se gli uomini del potere e della violenza carezzano la testa ai loro bambini nello stesso identico modo degli altri uomini, come potremo distinguerli e difendercene?
Come si fa a cercare sempre la verità?
Stella ha subìto la devastazione silenziosa che la verità può produrre quando arriva tardi, quando la vita è già costruita sopra di essa come una casa sul fango. Come avrebbe potuto premunirsi contro questo? Chi avrebbe potuto farlo?

Fava una risposta non la dà, semplicemente perché una risposta non c’è.
Mette in mostra la tensione e la torsione, ma non può risolverla, e questo rende ancora più importante la sua pagina, la sua letteratura, questa sceneggiatura quasi pronta per un film o una serie tv (e che comunque ha già visto una riduzione teatrale).
In questo romanzo tutta la tensione nasce dallo scontro frontale tra l’intimità dei personaggi e il peso schiacciante della Grande Storia. La questione non è “cosa è successo” ma “chi sono io adesso che so cosa è successo”.
E questa, infatti, è una domanda che non ha risposta narrativa soddisfacente, perché non ne ha nemmeno una esistenziale. Fava lo sa, e ha l’intelligenza — o forse il coraggio — di non fingere il contrario.
La ricerca della verità non ha nulla di liberatorio, perché si propone come un processo lento, laborioso, mai lineare, capace di incrinare ricordi, affetti, legami e appartenenze.
Questa è la cifra morale del romanzo, e va detto: è una cifra scomoda, perché si oppone alla narrativa consolatoria del riscatto, alla favola borghese per cui sapere guarisce. Qui sapere ferisce. Sapere complica.
Stella non esce dal romanzo liberata, ma più gravata, come se la storia del mondo — quella con la S maiuscola, quella dei trentamila desaparecidos argentini, quella del golpe di Videla, quella dei bambini rubati — le fosse caduta addosso tutta in una volta, proprio nel momento in cui credeva di esserci estranea.

Claudio Fava è figlio di un uomo assassinato per le sue idee, per il suo giornalismo, per il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Sa cosa vuol dire fare i conti con la morte del padre come gesto politico, come atto del potere contro la verità.
Sa cosa prova Stella. Sa che il padre può essere sia il principio di tutto sia l’origine di una ferita impossibile da chiudere.
Non ha bisogno di essere autobiografico per identificarsi nella drammaturgia del rapporto padre-figlia come campo di battaglia della storia, come luogo in cui il privato e il politico si confondono fino all’indistinguibilità.
Claudio Fava sa cosa vuol dire chiudere gli occhi e desiderare che tutto torni come prima, quando la verità non era stata squarciata e squadernata dal potere, e padre e figlio avevano significati univoci e concreti.
La materia magmatica del romanzo viene avvolta in una prosa lineare, diretta, molto dialogica, senza cedimenti lirici o filosofici, cha fa da eccipiente al farmaco che Fava fa arrivare fino a dentro l’anima del lettore, laddove poi esplode esistenzialmente.
Parafrasando De André, Claudio Fava ci costringe a prendere atto che siamo tutti nella condizione di Stella, e che per quanto ci crediamo assolti, siamo tutti coinvolti.
Tutti, anche quelli che stiamo semplicemente zitti, che ci voltiamo dall’altra parte, che non sappiamo neppure indicare sulla cartina geografica i teatri dell’orrore dei nostri giorni.

Touchè! Mounsier Fava.

Nella splendida cornice del rinnovato Giardino del Vescovado, per A Tutto Volume – Festa del libro a Ragusa, abbiamo incontrato Claudio Fava, grazie al sostegno di Studi Radiologia Gibilisco e la collaborazione della Biblioteca Diocesana.
Davanti a una folla di emozionati partecipanti Claudio ci ha raccontato dell’Argentina, di Stella e del colonnello Carnevale. Ci ha raccontato della violenza e del potere. Della verità e del dubbio. Della banalità e della prossimità del male.
Non sono bastate le copie messe a disposizione dall’organizzazione. Nei prossimi giorni tanti proveranno nelle librerie a trovare questo straordinario romanzo di Claudio Fava, Non Ti Fidare, che ci insegna a dubitare, a chiederci sempre, a non voltare mai la testa dall’altra parte per paura di guardare, di guardarci dentro.
Alcune immagini dell’evento.














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