Ancora due sorelle, ancora Roma.
Quest’anno al Premio Strega la Capitale e le sorelle vanno di moda.
Lisa Ginzburg racconta una storia abbastanza incredibile di due sorelle abbandonate di fatto, “orfane, senza esserlo”, che crescono da sole con una baby sitter speciale.

Tanto è vulcanica, precipitosa ed irruente una, tanto è paziente, posata, testugginosa l’altra.
Fanatiche del jogging, tra corse, ripetute, e stretching diventano maggiorenni. Fuggono entrambe da Roma, mantenendo la loro sorellanza, la loro orfananza di fatto, legata tra whatsapp, mail, e telefonate.
La vicenda del romanzo è troppo smaccatamente forzata in più passaggi per essere l’obiettivo della scrittrice e l’oggetto di una lettura appassionante.
La Ginzburg usa gli snodi, i fatti “miliari”, come pretesti per raccontarci di due personaggi opposti e complementari, per comporre minuziosamente un equilibrio altamente instabile, per descrivere le emozioni a specchio.
A dispetto della evidente fiction delle vicende sororali, si impegna, invece, in una descrizione toponomastica di Roma, dei luoghi frequentati, attraversati (quasi sempre di corsa) degna di Google Map.
Il difetto di credibilità incombente per tutto il racconto (ovviamente a ritroso, come ormai sembra sia obbligatorio fare per i narratori) raggiunge l’apice nel precipitoso epilogo.
Quando si ribaltano i ruoli e la scoppiettante, irrefrenabile, impetuosa sorella minore scopre di apprezzare il guscio da tartaruga, sempre rifiutato, e la posata, prevedibile, protettiva sorella maggiore riscopre dentro di sè l’eredità materna, la propensione all’irresponsabilità. Scopre di non tollerare più il guscio da tartaruga.
Veramente bastavano solo gli ingenui lombi di un bel giovane con trent’anni di meno per accantonare (una vacanza) un legame sororale eterno, abbandonare la casa guscio accomodata naturalmente sulle spalle (e la casa guscio con marito e figli dentro, minuziosamente e burocraticamente costruita nel tempo) e scoprire di non essere una tartaruga?
E calarsi per intero nella riproduzione della colpa “originaria” della madre?
Alla fine i frutti non cadono quasi mai troppo lontani dall’albero.
Forse potrà vincere il premio Strega nella categoria guida turistica (se esistesse), ma non penso altro.
Niente, mi devo prendere una pausa da questi candidati stregati.
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1 pensiero su “La bella tartaruga che cosa mangerà? – Cara pace di Lisa Ginzburg – Ponte Alle Grazie”