Tre Piani, il film stavolta (finalmente)

Mi hanno raccontato che la mia prima volta al cinema non avevo compiuto ancora un anno. Era un film vietato ai minori e, ottusamente, non volevano fare entrare un bambino nel baby pullman. Ma, non so come, mio papà riuscì a convincerli.

(Di questo tenore c’è un altro più sapido aneddoto che un giorno vi racconterò).

Per causa del suo lavoro, in quegli anni Settanta mio papà aveva la tessera per accedere ai cinema. Dopo quella prima volta da infante, il cinema fu rifugio costante e frequente per tutta la famiglia. Seguivamo la stagione cinematografica con approccio sistematico: tutte le pellicole in uscita, nessuna esclusa.

A volte, quando si accavallavano le uscite, mio papà pianificava i pomeriggi e le serate per incastrare i film, anche due nella stessa serata, calcolando i tragitti più brevi tra i cinematografi interessati.

Con questo imprinting, i due anni lontani dai cinema che ci ha imposto la pandemia sono stati un supplizio.

Non me ne ero però accorto così tanto, fino a quando, ieri sera, sono entrato al cinema, in una vera sala proprio, per vedere il tanto atteso film che Nanni Moretti ha tratto dal romanzo di Eshkol Nevo, Tre Piani.

Una calorosa sensazione di benessere, appena mitigata dalla fastidiosa mascherina, si è calata su di me, mentre guardavo i trailer di questa promettente stagione (tutti, li voglio vedere tutti, come cinquant’anni fa!).

Poi buio in sala.

Parte la musica del film (Franco Piersanti, inconfondibile) sulle immagini di un condominio romano, di un quartiere borghese benestante, una palazzina a tre piani, che potrebbe benissimo trovarsi nel quartiere Trieste.

Da quel momento in poi, il succedersi delle immagini, lo sviluppo delle storie, delle emozioni coinvolte, l’identificazione ora con uno ora con l’altro personaggio, ci hanno trasportato nell’altrove, dove sempre ci trasporta il cinema fatto bene.

Nanni Moretti riscrive il bel libro di Nevo. Lo adatta all’esperienza di una città come Roma, che non potrà mai essere la Tel Aviv del romanzo.

Per se stesso riserva una parte piccola, difficile, non gradevole, ma che riesce a rendere con una sensibilità che si giova della sua grande esperienza.

Già con Mia Madre aveva abdicato a Margherita Buy. Qui lo fa ancora, lo fa più compiutamente e si capisce che è una azzeccata scelta artistica. In Mia Madre, avevo pensato che la forte vicinanza con il lutto personale, lo avesse costretto a far rappresentare alla Buy lo scoramento del regista orfano. Ma stavolta si percepisce proprio la volontà di dirigere, di orchestrare, di arrangiare una sinfonia di melodie.

Moretti sceglie di sovrapporre ancora di più le tre storie che abitano i diversi piani del palazzo romano. Sceglie un bouquet di attori che si plasmano sotto la sua bacchetta. Cura le inquadrature con la sua solita maniacale perfezione.

I suoi frequenti commerci con la psicanalisi sono stati la strada lastricata che lo ha portato all’incontro con lo psicanalista scrittore israeliano. Era un matrimonio scritto nei cieli, che s’ha da fare. Ma devo dire che Moretti in questo film, riesce a sfumare più efficacemente la sovrastruttura psicanalitica del romanzo.

Le delicate emozioni squadernate nei racconti del romanzo, qui trovano sapiente ricomposizione. Nanni Moretti, dopo Caro Diario, ha sviluppato la consapevole e cosciente maturità che gli consente di maneggiare queste emozioni, spesso così malpadroneggiabili.

Come in Caro Diario, anche qui c’è un grazioso e delicato omaggio al ballo, al tango illegal, come forma di espressione emotiva liberatoria, come terapia, come analgesico, come salvazione.

Il film è riuscito nell’intento di raccontarci il libro. Ma ancor di più ci ha raccontato che ad ogni latitudine, la vita degli esseri umani è una sfida che va combattuta ogni giorno, tra errori, limiti, disagi, gioie e felicità. Soprattutto, ci ha detto che indipendentemente dal contesto, dalla propria storia personale, non è mai troppo tardi per vivere, per essere umani.

Rovesci e fortune possono essere affrontati con eguale forza resiliente.

Ci penserò domani” ci ha insegnato a dire il cinema.

Tante sono le cose che mi ha insegnato il cinema in questi cinquant’anni, a partire da quegli anni in cui bambino, uscivo da un cinema ed entravo in un altro, con la mano stretta in quella, che mi pareva enorme, di mio papà, che mi affrettava per non perdere l’inizio dell’altra magnifica avventura che ci aspettava.

Sono contento di essere tornato ad imparare al cinema con questo grande capolavoro di Nanni Moretti.

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