Tri Tirulì, Trois Tirulà – Tre di Valeria Perrin – Edizioni E/O

Quando ero bambino ogni volta che mi capitava di dire tre (o tri in dialetto) prontamente e istintivamente mio padre rispondeva Tirulì.

E questa cosa ci faceva sorridere.

Mi avrà sicuramente spiegato a cosa facesse riferimento questa risposta (che era proprio un automatismo per lui), ma io l’ho dimenticato. È bastato però chiederlo al gruppo Facebook del suo paese natio, per avere dopo pochi minuti la risposta (la parte buona dei social).

Si tratta di una filastrocca o tiritera che si recitava giocando al gioco della cavallina, quando i bambini si susseguivano in serie a saltare oltre il malcapitato di turno, che, chino, faceva appunto la cavallina.

All’una sugnu sulu / e dui sugnu ccu vui / e tri Tirulì / e quattru Zu Bartulu / e cincu prospiri / e siei lumeri / e setti trummetti / all’uottu panicuottu / e novi ficudinni a spagnola / e deci scardeci / all’unnici un saccu ‘i pulici / e dudici un saccu ‘i cimici / e tridici un saccu ‘i fuorfici…

Non ho trovato altri versi della tiritera, ma sembra che continuasse per tanti e tanti numeri.

Poiché invecchiando assumiamo sempre più pose e atteggiamenti dei nostri genitori, spesso già scomparsi, quando è arrivato in libreria il nuovo romanzo di Valerie Perrin, Tre, appunto, è scattato il riflesso e mi son detto mentalmente Tirulì. Poi visto il titolo francese, ho rilanciato con Tirulà.

I libri di Valerie Perrin (soprattutto il fenomeno Cambiare l’acqua ai fiori) sono diventati uno strumento di misurazione della rabbia e della aggressività dei social (la parte ormai intollerabile dei social). Basta che qualcuno pubblichi nei vari gruppi che parlano di libri, un commento, una recensione articolata, una semplice esclamazione su questi libri che si scatena il flame, a volte con insulti pesanti.

Anche questo sta subendo la stessa sorte.

Come i primi due, Tre è un romanzo di formazione.

La vicenda di questo romanzo accompagna tre amici, tre bambini che diventano donne e uomini. Il racconto non è lineare, ma opera frequenti salti temporali, che sono funzionali alla sapiente capacità narrativa dell’autrice, che riesce a concludere ogni capitolo con rivelazioni e spunti disseminati e inattesi, con un irresistibile gancio alla continuazione della lettura, e le centinaia di pagine scorrono velocemente.

Ormai abbiamo imparato a riconoscere le caratteristiche della penna di Valerie Perrin.

Ogni capitolo cita una canzone. Ci aspettiamo quindi la playlist su Spotify come è avvenuto con Cambiare l’acqua ai fiori.

L’attenzione ai temi dell’assistenza, della potenza terapeutica di dedicarsi all’assistenza torna anche in questo romanzo. Nel primo occuparsi degli anziani, dei dimenticati della domenica, aiuta a salvarsi. Nel secondo dedicarsi alla cura di ciò che giace e dei superstiti, offre una prospettiva inattesa. In questo romanzo la salvezza passa attraverso l’impegno all’accoglienza e alla cura degli animali abbandonati.

Solo chi mostra solidarietà e compassione può aspirare a salvarsi, sa praticare la resilienza.

La descrizione di personaggi e luoghi è fotografica, la sua esperienza da fotografa si manifesta interamente anche in questo romanzo.

Anche di questo libro potrebbe facilmente farsi un film o una serie tv, sembra già scritto con questo obiettivo. Forse le sorprese e le intuizioni di questa vicenda, le sue tinte in senso lato noir, la sua attenzione alla diversità e all’inclusione richiamano più il cinema di Truffaut che quello del compagno Lelouch. Ma sempre di cinema si tratta.

Torna in questo romanzo la consapevolezza di quanto sia difficile comprendere, vivere l’amore. L’amore sempre intricato, impervio, come un sentiero che si snodi nella nebbia e nella foresta, e ad ogni passo sembra sempre di lanciarsi nel precipizio. Torna ancora una volta Lio, con Amourex Solitaires, canzoncina degli anni 80 che la Perrin ci dice che abbiamo sottovalutato.

Anche in questo romanzo tutto profuma di Francia, di strade francesi, di città francesi, di modi di vivere francesi, di polizia francese. C’è anche un postino in bicicletta. Più volte mi sono sentito trasportato in un film di Jacques Tati.

Tre è una storia che avvince. Racconta di emozioni forti, non ci consente di sottrarci al solletico emozionale cui ci ha abituato Valerie Perrin.

Per certi versi potrebbe essere la risposta d’oltralpe alla nostra Amica Geniale. Le relazioni costruite nell’infanzia, i riflessi condizionati, le consuetudini di pensiero e di corpi, resistono e si ritrovano intatti, anche dopo anni di silenzio e di distanza. Questa è la radice universale dell’amicizia, che supera il tempo e le generazioni a volte. Che ci incide nell’anima suoni, odori, parole, riflessi, e che ci fa rispondere prontamente, come se fossimo ancora in un paesino della provincia siciliana sul finire degli anni 30, Tirulì, se sentiamo qualcuno dire Tri, o Tirulà, se apparteniamo alla provincia francese e qualcuno dice Trois.

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *