JMK

La mia vita universitaria non è stata vissuta in maniera piena. Per motivazioni soggettive e familiari ho preparato gli esami e la tesi finale sostanzialmente a distanza. Ma non a distanza come ora stanno facendo i nostri ragazzi, seguendo aule virtuali e confrontandosi con piattaforme digitali, esami e dissertazioni davanti al monitor (e festeggiamenti social). A totale distanza. 

I professori tenevano lezione nelle affollate e caotiche aule del Palazzo delle Scienze ed io studiavo sui testi da loro scritti o consigliati, nella mia stanza a casa. Senza alcun contatto. Fu sicuramente una mia scelta (ma non è che avessi poi tutte queste alternative…)

Il primo anno non fu facile comprendere i meccanismi e le dinamiche della Facoltà. Alcuni esami andarono male, alcuni benino. In particolare mi ferì il commento alla fine di un rocambolesco esame scritto di ragioneria. Il professore, un uomo rossiccio e tracagnotto, tronfio ed arrogante con la voce fessa, mi disse guardandomi dal basso: “Costa, la facoltà bisogna viverla!”.

Non è che avesse torto, ma mi trovavo in una condizione che contrastava radicalmente con questo “bisogna”.

Durante l’estate maturai la decisione che non avrei potuto fare bene l’università e, quindi, conveniva lasciare e tentare altro. A settembre ci sarebbe stato l’appello di economia politica a cui decisi comunque di andare. L’esame andò male, ma il professore di economia politica, un uomo alto impostato con una burbera ma affettuosa barba nera, mi rivolse un discorso in linea con la sua fisiognomica: “Giuseppe, da quello che hai risposto e da come hai risposto si sente che sei un ragazzo sveglio, che sei colto, che se avessi studiato, avresti fatto un brillante esame. Il tempo della scuola è finito. Ora sei tu che devi decidere cosa vuoi fare.

Non so se fu il fatto che mi chiamasse per nome, non so se fu il tono, o le parole che mi disse, so che in quell’istante decisi due cose: avrei continuato e mi sarei laureato con una tesi con quel professore.

Per tanti motivi fu la scelta giusta, ma qui mi piace ricordare che se non avessi continuato a studiare economia non avrei mai potuto conoscere e studiare la figura e l’opera di John Maynard Keynes.

L’economista di Cambridge ha svolto per l’economia (e, quindi, per la politica che attraverso l’economia incide sulla società) la stessa funzione rivoluzionaria che ha svolto Freud per la psicologia, o Joyce per la letteratura, o Einstein per la fisica.

Laureato in matematica cominciò a studiare economia con il prof. Alfred Marshall

Era un intellettuale prestato all’economia. A Cambridge divenne protagonista dei Dodici Apostoli, un gruppo di studenti che affrontava questioni spinose etiche e filosofiche, con spirito letterario e colto. (Lo so fa molto Attimo fuggente, ma fu così).

Frequentatore ed ispiratore del Bloomsbury Group, si appassionò a lunghe discussioni con Virginia Woolf e gli altri scrittori e poeti di quel gruppo. In tutte quelle occasioni, come in una palestra, affinò le armi della sua arte polemica che tanto gli servirà per aggredire la teoria dominante e difendere il suo paradigma rivoluzionario.

Infatti, Keynes, in numerosi lavori importanti tra gli anni ’20 e gli anni ’30 elaborò uno schema di interpretazione del funzionamento del sistema economico organico, completo e visionario come nessuno mai aveva fatto prima.

La sua opera più importante pubblicata nel 1936 è la Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta. Contrariamente a quanto si possa pensare, è un’opera con un impianto filosofico e morale importante, e pochissima matematica, o grafici (nonostante la sua laurea specifica). Un discorso organico politico e sociale, uno schema di interpretazione del sistema capitalistico che ribalta la prospettiva di analisi dominante in quegli anni. Assolutamente leggibile anche dai non addetti ai lavori.

Con semplificazioni drastiche, di cui mi scuso in anticipo, per non annoiare i non addetti ai lavori con tecnicismi, evidenzio almeno due idee rivoluzionarie che Keynes introduce nel pensiero economico:

  1. Il sistema capitalistico così come raccontato dalla teoria classica non esiste. Le premesse poste alla base dei ragionamenti non trovano riscontro nella vita reale. Pertanto, quelle equazioni che dicono che il sistema economico da solo, senza alcun intervento dello Stato, raggiunge l’equilibrio e realizza la piena occupazione, non descrivono il mondo reale. Nel mondo reale gli uomini e le donne reali, soffrono condizioni di iniquità sociale ed economica, dovute all’inefficienza del sistema. 
  2. I soggetti del sistema economico diversi dallo Stato, le famiglie e le imprese, prendono le loro decisioni prevalentemente in base alle loro aspettative. La teoria dominante classica stabiliva che le forze innate del mercato avrebbero (magicamente) operato sui prezzi ed in conseguenza dei prezzi, famiglie e imprese avrebbero compiuto le scelte necessarie al raggiungimento dell’equilibrio, senza spazio per la componente psicologica delle aspettative.

La teoria del sistema economico in seguito all’innesto di queste due idee rivoluzionarie esce dalle asettiche previsioni di laboratorio ed entra nel mondo reale. Diventa, pertanto, il fondamento e la giustificazione dell’intervento dello Stato nell’Economia, finalizzato a rasserenare e sostenere le aspettative degli operatori economici. Le imprese per basare su prospettive più rosee le proprie decisioni di investimento. Le famiglie per essere sostenute nelle loro decisioni di acquisto. Entrambi cooperando per il raggiungimento della piena occupazione

Nel mondo reale occorre che lo Stato intervenga sul sistema economico contemperando l’efficienza economica, la giustizia sociale e la difesa della libertà individuale.

John Maynard Keynes ha elaborato la sua Teoria durante il periodo storico in cui più pesante e diffusa fu la disoccupazione. Il suo cruccio massimo era trovare una soluzione al problema che avvelenava la vita di tutte le democrazie occidentali. 

Non gli bastava la prospettiva che l’economia classica offriva della realizzazione dell’equilibrio e della piena occupazione nel lungo periodo, superate le momentanee difficoltà accidentali. JMK obiettava:

“nel lungo periodo saremo tutti morti”

Non lo attirava la soluzione alternativa, proposta dalle economie marxiste. Queste realizzavano forse la giustizia sociale, ma trascuravano pericolosamente l’efficienza economica e la difesa della libertà individuale.

L’approccio keynesiano ha avuto fortune molto alterne. 

Da un punto di vista teorico, sin da subito si sono create correnti di pensiero che lo hanno osteggiato apertamente, o hanno cercato di imbrigliarlo dentro studi e grafici che ne attenuassero la portata rivoluzionaria. Restando comunque la pietra di paragone per tutte le posizioni teoriche.

Da un punto di vista politico governi e forze politiche che miravano ad una presenza importante dell’operatore pubblico nell’economia, si sono appoggiati alle sue idee o a quelle dei suoi sostenitori. Gli altri meno sensibili alla presenza pubblica, si sono appoggiati alle idee dei suoi contestatori.

Un pendolo che ha oscillato costantemente, ma che negli ultimi anni, sin dalle politiche di Reagan o della Thatcher, fino all’austerity della Troika, sembrava definitivamente battere contro Keynes.

In questa incredibile quarantena due occasioni mi hanno offerto il pretesto per ripensare a Keynes e alle riflessioni sull’attualità (ritrovata) del suo insegnamento:

Una prestigiosa istituzione che ha sede nella mia città, Ortygia Business School, ha messo a disposizione gratuitamente un ciclo di formidabili quattro lezioni della professoressa Lucrezia Reichlin e del professore Francesco Drago sulle conseguenze economiche del COVID 19 e degli strumenti a disposizione del Governo italiano e della UE. (Oggi un’analisi dei possibili interventi dello Stato nell’economia deve includere, per quanto ovvio, gli interventi UE, oltre gli interventi nazionali). Con chiarezza espositiva, lucidità di analisi e giudizi equilibrati, i due docenti hanno delineato un quadro entro cui inserire (e verificare) tutte le posizioni rappresentate o urlate sui social e sui media, in questa drammatica fase. (Le potete trovare qui)

Ho letto un piacevole libretto di Giorgio La Malfa, che ricostruisce con voluta semplicità elementare, il ruolo che ha giocato Keynes nelle evoluzioni della politica economica mondiale e riporta al centro del dibattito (ancora una volta) l’impostazione keynesiana, quale strumento necessario per politiche economiche che guidino i paesi europei e la UE verso il superamento della più lunga crisi degli ultimi cento anni (ovviamente scritto poco prima dell’Emergenza COVID 19, ma se ne intuisce la conseguenza di un ulteriore rafforzamento della centralità dell’impostazione keynesiana, post pandemia).

Sulla carta Giorgio La Malfa era uno dei professori della mia facoltà, ma negli anni in cui non lo avrei comunque incontrato, visto il mio distanziamento dalla facoltà,  era spesso assente per partecipare ai suoi studi al MIT con il Nobel Franco Modigliani. Non molti sanno che negli anni in cui Keynes elaborava la sua teoria, il non ancora Nobel, Modigliani, si sosteneva agli studi partecipando al doppiaggio di Stan Laurel, insieme ad Alberto Sordi/Oliver Hardy

Teoria del ciclo vitale

Le sue origini ebraiche lo portarono a fuggire negli USA, dove rielaborò gli assunti keynesiani con le molteplici esperienze variabili della sua vita e diede vita all’ipotesi del ciclo vitale, che spiega come il risparmio ed il consumo cambino nell’arco di vita di un individuo, che gli valse il Nobel.

Un professore che incontravo sempre in facoltà era, invece, il professore di economia politica, cui, come stabilito al primo anno, alla fine del mio percorso di studi andai a proporre la mia tesi sull’importanza cruciale della Teoria di Keynes, in tutti gli snodi principali della storia economica del mondo negli ultimi sessant’anni. Ovviamente non accettò il mio vastissimo argomento, che, quasi sicuramente, non avrei potuto sostenere. Rilanciò, offrendomi di studiare una analisi statistica della relazione tra livello dei salari e livello di disoccupazione, meglio nota come Curva di Phillips, l’economista britannico che la elaborò nel 1958.

Operando anche qui colpevolissime semplificazioni drastiche, sintetizzo che la Curva di Phillips (in foto) ci diceva che nei 100 anni analizzati, ad ogni livello dei salari (o dei prezzi) corrispondeva uno ed uno solo equivalente tasso di disoccupazione. Pertanto ogni intervento dei governi con politiche economiche finalizzate all’aumento dell’occupazione, si sarebbe risolto con un aumento dei prezzi/salari (inflazione) che avrebbe riportato la disoccupazione al livello precedente. Dalla forma della curva, addirittura, gli economisti traevano l’indicazione di un tasso di disoccupazione “naturale” ineliminabile, per ridurre il quale si sarebbe pagato un elevatissimo costo in termini di inflazione, e che rendeva, pertanto, ancora più vana la pretesa di governare l’economia con interventi statali.

Chi mi conosce sa che sono testardo e trasformai la tesi assegnata in quella che avrei voluto fare io: la Curva di Phillips la utilizzai come parametro di verifica delle varie teorie (e delle varie politiche) che si sono succedute negli anni, misurandone la vicinanza o la lontananza all’impianto keynesiano. Dal sorriso sornione dell’insegnante quando consegnai l’ultima versione della tesi, mentre mi diceva: “alla fine ha fatto la tesi che voleva lei”, non ho capito se fu vera sorpresa o ancora una volta mi aveva guidato più o meno inconsapevolmente.

Questa gravissima condizione della pandemia viene spesso paragonata alla guerra. Il paragone è improprio per tanti motivi. L’unica sovrapposizione tra la vicenda della II Guerra Mondiale e questa pandemia la troviamo proprio in economia. La paralisi delle attività industriali, la riduzione drastica di numerosi consumi, sono caratteristiche tipiche degli anni di guerra. Il calo del PIL registrato durante la IIGM fu pari a -9%. Alcuni studi economici ipotizzano un calo del PIL di -10% quest’anno.

La Liberazione, di cui oggi festeggiamo il 75° anniversario, fu l’atto di inizio di quel lungo e frastagliato periodo che portò l’Italia e l’Europa intera fuori dalla guerra e la guidò verso la pace e la prosperità economica. Uno dei più importanti atti che accompagnarono questo sviluppo fu l’ERP, European Recovery Program, meglio noto come Piano Marshall, dal nome del suo ideatore (il segretario di Stato USA George, non il professor Alfred, maestro di Keynes). Keynes morì nel 1946 e, quindi, non seppe nulla dell’ERP, ma è una misura profondamente keynesiana, con l’aggravante che ad intervenire non fu l’Italia o l’allora ancora inesistente UE, ma uno stato straniero, gli USA, stimolando con investimenti e soldi veri le aspettative degli operatori economici europei, che mostrarono di saperne approfittare.

Quando finalmente la pandemia sarà superata la sfida più importante da affrontare sarà quella economica. Lo Stato Italiano e l’Unione Europea dovranno trovare la forza di dare a tutti gli operatori coraggio e sostegno perché inquadrino il futuro attraverso uno sguardo carico di aspettative positive. La similitudine con la ricostruzione postbellica calza perfettamente. Tra le misure allo studio attualmente quella più importante (e ancora purtroppo priva di contorni definiti) è il Recovery Fund, che sta preparando la UE. Il nome è molto simile all’European Recovery Program che nel 1947 consentì all’Europa di uscire dal tunnel. Il nostro auspicio è che i contenuti di cui venga riempito siano ispirati alla stessa impostazione, che rispondano alle idee del maestro John Maynard Keynes, ovviamente aggiornate ed adeguate ai tempi.
Insomma speriamo che l’Europa trovi oggi un maestro, un ispiratore, un filosofo, un economista che dia una prospettiva. Come quella che Modigliani trovò andando al MIT a sviluppare liberamente i suoi studi. Come quella che nel dopoguerra trovò l’Europa, pur tra tante difficoltà e contraddizioni. Come quella che nel settembre 1984 io trovai nel professore di economia politica per migliorare le mie aspettative ed avviare la mia uscita dal tunnel dello scoraggiamento.

Chiudo citando le ultime righe con cui Keynes chiude la sua Teoria Generale, scritte nel 1936, ma ancora attuali.

Abbiamo tutti bisogno di “nuovi” maestri da ascoltare.

“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche economista defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro.  (…) Nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa dopo che essi abbiano passato l’età di venticinque o trent’anni; cosicché le idee che i pubblici funzionari e gli uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male.”
Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta cap. 24 – John Maynard Keynes Ed. italiana UTET

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2 pensieri su “JMK

  1. tanti maghi con grafici, teorie, gole profonde, pare quasi un nuovo millennio di super ^dei^ minori. eppure x quel si assiste nella storia attuale politico/economico leggo solo caos, mancanza di idee, anomalie mai studiate veramente e risolte. vedo tanti omini dove il solo stipendio giustifica le loro entrate nelle stanze dei bottoni. sui media appaiono anche troppo sovente, mi chiedo, quando lavorano? chiediamo i prestiti al mercato, in piu pretendiamo le tasse, anche troppe volte sprecate, corruzione, mancanza di progetti, tempi lunghi x avere una firma, cattedrali nel deserto, costi di lealta, evasione fiscale, paradisi fiscali nella stessa europa. l europa ha concesso un prestito all italia, per il covid e rilanciare l economia. mi chiedo x rilanciare l economia prima che cazzo facevano, dormivano, sprecavano tempo, ormai il costo della burocrazia, sia italiana e europea, non e sostenibile un sistema economico dove e richiesta la qualita e l efficienza. e ora che le tasse abbiano il loro guadagno, come sui mercati, sicuramente credo l evasione fiscale diventa minore, i controlli sugli sprechi prende nuova richiesta di legalita, tempi troppo lunghi della burocrazia diventano dimezzabili. teorie vecchie scritte ormai da personaggi morti con situazioni particolari dell epoca, oggi il capitale, il lavoro, la terra hanno altre scelte, condizioni, richieste. x ora la terra ne ha i marroni pieni, il futuro, il prevedere, l ottimizzare, grida vendetta.

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