31 agosto 1980, un fulcro ai tempi del Coronavirus (This Is Us)

Nella stagione dell’adolescenza ho avuto la fortuna di vivere in un condominio molto particolare, con caratteristiche speciali, che hanno influenzato in modo indelebile tutta la mia vita. 

Strutturalmente è composto da 4 palazzine basse, con molti spazi verdi, un campo da calcetto, un campo da tennis, viali, vialetti, aiuole. Si presta magnificamente ai giri in bici, al nascondino e ad ogni tipo di gioco all’aperto.

L’altra caratteristica peculiare è la composizione delle famiglie che vi abitano. Per posizione e struttura è stato scelto come abitazione temporanea da molte famiglie dei dirigenti d’azienda che si sono succeduti nel tempo presso il nostro polo industriale. Famiglie milanesi, torinesi, genovesi, inglesi, greche, romane, toscane, tutte le provenienze si sono mischiate negli anni nei dodicimila metri quadrati di spazio a disposizione. Alcuni si sono fermati per poco, altri per più anni, altri ancora sono rimasti qui per sempre.
Questo ci ha permesso di costruire amicizie ultraregionali e ultranazionali, con cui abbiamo irrobustito la nostra ampiezza di vedute, la nostra accoglienza e superato l’innato campanilismo di partenza.

Dopo alcune vicende, sono tornato a vivere qui da qualche anno con la mia famiglia. In questi tempi di volontaria reclusione domiciliare, tutto questo spazio disponibile, sottratto alla vigilanza acerrimamente agguerrita dei leoni da tastiera, e alla vigilanza legittima delle forze dell’ordine, offre a bambini, cani ed adulti l’opportunità di respirare, muoversi, senza rischiare pericolosi assembramenti e potenziali condanne civili o morali.

Dentro casa, grazie allo spunto di uno dei miei figli, stiamo scandendo il periodo di detenzione, seguendo su Amazon Prime, con regolarità rituale, gli episodi di “This Is Us”. Una serie tv con una vicenda familiare tra dramma e commedia, che spesso offre uno specchio e parafulmine alle inevitabili tensioni che la prolungata condizione di restrizione può forzare.

This Is Us racconta la storia dei Pearson, una famiglia media americana, tra SuperBowl e Ringraziamento, con dinamiche e vicende molto caratterizzate, e scandagliate con buona profondità autoriale. Padre, madre e tre figli con il fulcro temporale su due eventi fondativi delle dinamiche di questa famiglia. Uno di questi cade il 31 agosto 1980. In quella data il padre Jack compie 36 anni, e nascono i suoi tre figli, Kevin, Kate e Randall.
La vita dei Pearson ci viene raccontata per 18 puntate ad ogni stagione. Noi stiamo attraversando la terza (ne esiste già una quarta).

La famiglia si rafforza e si sviluppa per circa diciotto anni, fino a quando Jack, il padre, tragicamente muore. Seguiranno altri diciotto anni in cui i tre figli e Rebecca cercheranno di ricostruirsi con tutte le difficoltà del caso, problemi irrisolti, traumi non superati, comunicazione dolorosa e non sempre efficace, ma tutto immerso in un bagno di sentimenti forti, robusti, resistenti oltre ogni difficoltà. 

Questo quadro concentrico temporale di oltre cinquanta anni (dal 1944 quando nasce Jack, al 2016, quando compiono 36 anni i tre fratelli Pearson, con i due fuochi al 31 agosto 1980 e al 1998), viene rappresentato dagli autori della serie con un sapiente uso dei flashback, intersecando i vari piani temporali, senza linearità. Con questo espediente tutti gli episodi lasciano sempre alla fine l’urgenza e la necessità di rivedere il prossimo, con forme di dipendenza quasi tossica. 

Al di là degli espedienti tecnici narrativi la qualità della narrazione si avvale di una rigorosa attenzione alla datazione: abiti, acconciature, mobili, auto, musiche contestualizzano senza errori i vari momenti temporali. La più importante qualità della serie però sta nella capacità di approfondimento psicologico di tutti i personaggi coinvolti, dei loro traumi, delle loro reazioni, di tutte le correzioni che la vita impone loro. Non sembri ardito il confronto con Franzen e le sue Correzioni, appunto.

Nominations e premi costellano il firmamento di questa pregevole serie di successo, che abbiamo avuto la fortuna di scegliere come sfondo di accompagnamento dei nostri arresti per virus.
Una famiglia media, con vicende, rituali, tradizioni, dinamiche e sentimenti comuni a tante famiglie, con cui confrontarci ogni giorno.

In una fase della vita della mia famiglia tutto ruotava intorno all’edicola di mia nonna. Per un ragazzo appassionato di giornaletti una nonna che ha un’edicola è una truvatura insuperabile. Ma non di soli giornaletti si vive. Quando ero ragazzino, negli anni dell’austerità, veniva pubblicata una rivista tedesca che si chiamava Burda. Punto forte di questa rivista era il paginone centrale in cui venivano disegnati sovrapposti tutti i cartamodelli per cucire gli abiti proposti, nelle varie taglie.

Ogni cartamodello (ed ogni taglia) doveva essere identificato con il colore, e con il tipo di tratto della linea. Visto nel suo insieme sembrava un quadro di Pollock (ma, ovviamente, io ancora non potevo saperlo). Occorreva vista acuta e grande capacità di concentrazione per seguire senza sbagliarsi la linea giusta, ricalcandola con la carta carbone su un altro foglio, estraendo il modello giusto da quella confusione. Serve che vi dica che diventai il più bravo estrattore di cartamodelli dal Burda?

La storia di This Is Us parte dal 31 agosto 1980 e poi si allarga concentricamente, avanti e indietro negli anni. Il periodo, quindi, in cui ci siamo trovati a vivere la nostra stagione condominiale migliore per età dei protagonisti e per diversificazione di provenienza. Il periodo in cui ero diventato il più bravo estrattore di cartamodelli dal Burda del mio microcosmo familiare.

In una delle scene cruciali della serie, per rimediare ad un maldestro tentativo di affrontare temi delicatamente importanti come la vita e la morte con le sue nipotine, Kevin Pearson, regala loro un suo dipinto realizzato con punti, linee, colori, che potrebbe sembrare un Pollock. Con ritrovata infinita delicatezza usa quel quadretto per spiegare loro la vita e la morte. Ognuno di noi aggiunge un colore, un tratto, al quadro della vita, e questo colore, questo tratto, non spariscono quando moriamo, ma rimangono a far parte del quadro. Così la vita e la morte alla fine non esistono. Ogni colore ed ogni tratto si uniscono con gli altri colori e tratti, e si confondono, creando il quadro stesso, con la sua straziante meravigliosa bellezza. Non ci sono più né io, né tu, né loro, solo noi.

“Questa cosa disordinata, colorata, selvaggia e magica che sembra non avere inizio nè fine, significa questo. Si. Siamo noi. This is us.”
This Is Us S1E5

Per riuscire a discernere il colore ed il tratto di ognuno nel quadro della bellissima metafora di Kevin, ci vorrebbe la vista acuta e la capacità di un bravo estrattore di cartamodelli dal Burda, come quel ragazzo  magro magro e con gli occhiali che sta alla destra della foto di apertura di questo post, che fu scattata nel condominio speciale di cui vi dicevo, con alcuni di quegli amici che venivano da tante parti e che si sono sparsi per il mondo, proprio il 31 agosto 1980, pochi giorni prima che mio padre smettesse di aggiungere colore e tratti al quadro della vita, lasciando a me questo compito.

Non sono mai più stato così magro magro.

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

3 pensieri su “31 agosto 1980, un fulcro ai tempi del Coronavirus (This Is Us)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *